mercoledì 15 aprile 2026

L'anno del nevone

Nel febbraio del 1929, l’Italia fu investita da un’eccezionale ondata di maltempo con temperature oltremodo rigide e nevicate abbondantissime. Gli appassionati di montagna ricordano quell’anno per la tragedia di Cambi e Cichetti, i due alpinisti romani che morirono di sfinimento nella discesa dal rifugio Garibaldi a Pietracamela, dopo un tentativo di salita sul Corno Piccolo. A distanza di un secolo la memoria di quella disastrosa avventura è ancora molto viva.
Alberto Sciamplicotti prende spunto da quei drammatici eventi e confeziona un giallo accattivante e di piacevole lettura che si muove tra fatti storici e pura invenzione: “L’anno del nevone” per le edizioni Monterosa.
La vicenda frutto della fantasia dell’autore è ambientata a Pietracamela, alle falde del Gran Sasso; inizia in maggio, quindi pochi mesi dopo la tragedia di Cambi e Cichetti, quando una bambina viene trovata barbaramente uccisa. Le indagini sono condotte dal maresciallo dei carabinieri a cui dà una mano il medico del paese, Ernesto Sivitilli. Quest’ultimo è anch’esso un personaggio storico, pioniere dell’alpinismo sul Gran Sasso che già nel 1925 aveva creato a Pietracamela un gruppo di alpinisti giovanissimi denominato “Aquilotti del Gran Sasso”. Uno di loro sarà Lino D’Angelo che, all’epoca dei fatti, era ancora un bambino e avrà un ruolo nello sviluppo dell’intreccio giallo: personaggio reale ma avvenimenti inventati.
Nulla si può rivelare della trama di un romanzo giallo, si può però accennare all’ambiente in cui il dramma si svolge. Il paese di Pietracamela con i suoi vicoli da dove la vista si apre su una montagna severa, per cui soltanto alpinisti venuti da fuori provano attrazione; una comunità povera dove spesso sorgono invidie e rivalità; una cappa di conformismo indotta dal regime fascista dove non adeguarsi genera violenti attriti ma anche sinceri slanci di generosità.
La montagna non è soltanto un palcoscenico o un abbellimento scenografico del racconto ma, in qualche modo, un protagonista della vicenda. Sulla scena compariranno allora tre fratelli alpinisti austriaci che si metteranno sulle tracce degli sfortunati Cambi e Cichetti; nei giorni che seguirono il loro dramma furono gli studenti di fisica legati a Ettore Majorana, i “ragazzi di via Panisperna”, a organizzarsi in squadre di soccorso: questo è un fatto reale ma nella finzione romanzata anche la loro presenza contribuirà alla soluzione del giallo.
Quindi aspettatevi un finale dove la montagna è un elemento chiave per la soluzione del mistero.
 

domenica 15 marzo 2026

In montagna con Karl Marx

 “Per qualche decennio, ci avevano fatto credere che le classi sociali fossero parte ormai di un armamentario del passato remoto, attrezzi da vecchi comunisti in disarmo, al più citazioni da salotto per radical chic. Poi – complici il collasso di Lehman Brothers, il Covid, la crisi climatica e la guerra in Europa – ci siamo accorti che le diseguaglianze non sono mai scomparse, tantomeno nel mondo occidentale. Anzi, vediamo tutti i giorni come sono aumentate, nonostante lo sforzo immane che è stato compiuto per nasconderle sotto il tappeto delle differenze.” 
Così scrive il sociologo Andrea Membretti nell’introduzione del suo Diventare montanari, edito da People nel 2025. Sale allora in montagna, immaginandosi in compagnia di Karl Marx, per indagare chi siano i nuovi abitanti delle terre alte nell’ottica della loro classe di appartenenza. 
Le Alpi, come gli Appennini, hanno vissuto, nei decenni passati, un abbandono, una discesa a valle di gran parte dei loro abitanti, attirati da condizioni di vita più comoda e maggiore sicurezza economica. Ora però si sta assistendo a un fenomeno inverso, una “migrazione verticale” con l’obiettivo di sfuggire al cambiamento climatico e a città sempre più invivibili. 
L’autore, quindi, sale in quota per svolgere una ricerca su chi siano i nuovi abitanti della montagna, individuando tre diverse classi sociali: una upper class di super ricchi che si rifugiano in un paradiso artificiale; una middle class di lavoratori e giovani che approfittano dello smart working; una under class fatta di migranti internazionali giunti in montagna per necessità. Insomma, le disuguaglianze sociali si ripetono in montagna così come in città. 
Ne viene fuori un breve saggio molto scorrevole: alle argomentazioni del sociologo si alternano le storie di tre rappresentanti di ogni classe sociale che rendono interessante e piacevole la lettura.
A Crans Montana vivono i ricchi che desiderano una segregazione dorata, senza tagliare i ponti con la città dove corre il loro business; l’ambiente però è tutt’altro che naturale e sostenibile.
Sulla montagna torinese l’autore incontra neo pensionati o giovani che svolgono mestieri più svariati, legati al territorio o lavori da remoto; tutti con l’obiettivo di sfuggire alla vita di città che sembra non offrirgli buone prospettive.
Infine a Pettinengo, paese sopra la piana di Biella, ci sono i “montanari per forza” cioè gli immigrati che hanno trovato lì mestieri umili e faticosi ma che gli permettono di ritrovare un futuro: molti se ne vanno, quando ne hanno la possibilità, alcuni restano. Sono loro, almeno così mi sembra, quelli che somigliano di più ai montanari di una volta, scesi a valle negli anni del boom economico.
Un tema comune a tutte le storie è la fuga in alto in cerca di una vita migliore, per sfuggire il riscaldamento globale e cercare condizioni di vita più soddisfacenti; però i modi di vivere la montagna sono sempre molto differenti tra loro. A ciascuno la sua montagna in funzione della propria classe sociale. 

L’immagine, tratta dal sito de “L’altra montagna”, è stata generata con l’intelligenza artificiale

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lunedì 2 febbraio 2026

In montagna con il giovane Primo Levi

Sul finire degli anni Trenta del secolo scorso, tre studenti di chimica dell’Università di Torino si legano in un’amicizia solida e duratura. Si ritrovano insieme a frequentare le montagne, animati da una passione travolgente: questo è anche un modo per reagire al buio del loro tempo.
Fuori dalle mura dell’Istituto Chimico era notte, la notte dell’Europa: Chamberlain era ritornato giocato da Monaco, Hitler era entrato a Praga senza sparare un colpo, Franco aveva piegato Barcellona e sedeva a Madrid. L’Italia fascista, pirata minore, aveva occupato l’Albania, e la premonizione della catastrofe imminente si condensava come una rugiada viscida per le case e nelle strade, nei discorsi cauti e nelle coscienze assopite.” 
Così Primo Levi, il più noto dei tre, ricorda quei tempi ne “Il sistema periodico”.
Gli altri due sono Alberto Salmoni, ebreo anch’egli come Levi, e Sandro Delmastro, di famiglia antifascista. La pratica alpinistica diventa per i tre amici una scuola di vita, un legame indissolubile, un raggio di luce tra le ombre dense che si stanno addensando sul loro orizzonte.
 
Pietro Lacasella, antropologo, scrittore e collaboratore de “Il Dolomiti”, ripercorre le strade, i sentieri, le vie d’arrampicata dei tre amici e ricostruisce, con l’ausilio dei loro scritti e di documenti d’epoca, non solo i loro itinerari ma i loro sentimenti e le sensazioni che hanno provato.
Liberi di sbagliare”, volume fresco di stampa per le edizioni People, rievoca le avventure del giovane Primo Levi e dei suoi amici in dieci episodi. Le descrizioni delle escursioni di Lacasella si alternano con la ricostruzione delle avventure dei tre amici torinesi, attraverso tutto il materiale documentale di cui l’autore dispone per provare a rivivere quelle giornate così dense di significati. La narrazione si sussegue attraverso la nascita della loro amicizia e le loro ascensioni in montagna, fino all’esperienza attiva nella Resistenza.
Nel racconto delle vicende di Levi e compagni si percepisce la passione che li spinge verso le montagne ma anche il clima pesante che caratterizzava quegli anni; ho colto, invece, nel racconto delle escursioni dell’autore, e non so se sia stato un suo preciso intendimento, una preoccupazione per i cambiamenti climatici che stanno trasformando rapidamente le nostre montagne.
Un’ultima annotazione. La lettura scorre rapida e leggera: certo non mancano pagine angosciose ma si sorride quando si leggono un paio di aneddoti in cui i nostri tre amici riescono a eludere e gabbare le forze dell’ordine al servizio del regime fascista.

domenica 30 novembre 2025

LA VIA CRUDELE – Due donne e una Ford dalla Svizzera all’Afghanistan

Un grazie di cuore a Sandra Affinito che ha donato questo libro alla nostra biblioteca e che ci ha inviato questa recensione.

Come riescono due donne sole, nel 1939, a viaggiare in macchina dalla Svizzera all’Afghanistan?
Come si sono organizzate? Cosa le ha spinte a partire? Cosa hanno trovato per strada?
"La via crudele – Due donne e una Ford dalla Svizzera all’Afghanistan" è il resoconto del viaggio di Ella Maillart e Annemarie Schwarzenbach. Il titolo induce un’altra domanda: perché la via è crudele?
Ella Maillart, autrice del libro, è scrittrice, fotografa, velista. È forse la più famosa viaggiatrice del ‘900. All’inizio del viaggio ha 39 anni, aspira a tornare in Afghanistan come in un paradiso perduto, un posto dove immagina che le persone sappiano ancora vivere in pace.
Annemarie Schwarzenbach, scrittrice e fotografa, androgina, eterea, affascinante. Appartiene ad una ricca famiglia di industriali svizzeri, ha già vissuto in Iran dove è stata sposata con il console francese. All’inizio del viaggio ha 31 anni, è inquieta, trasgressiva, morfinomane. Parte nell’illusione di sfuggire a se stessa, di liberarsi dalle sue crisi emotive e dalla dipendenza dalla morfina. Nel libro viene chiamata con lo pseudonimo di Christina, per riguardo alla famiglia e agli amici.
Il libro racconta il viaggio fin dalle fasi iniziali: la prima idea, l’organizzazione, i preparativi. Ella è una profonda conoscitrice del Medio Oriente, oltre a descrivere i posti visitati ne racconta la storia e ci racconta come questi posti sono vissuti dalla popolazione locale.
Oltre alla ricchezza del resoconto del viaggio, il libro ci permette di intravedere la difficile amicizia tra Ella e Annemarie: per molti aspetti sono vicine, hanno la stessa sensibilità e determinazione, per altri versi sono in contrasto, Ella non può accettare la spinta autodistruttiva di Annemarie e si illude di poterla proteggere da se stessa. Con amarezza al termine del viaggio dovrà ammettere di aver fallito nel compito impossibile che si era data.
A due anni dalla fine del viaggio, mentre Ella sta completando la stesura del libro, viene a sapere della morte di Annemarie in un incidente in bicicletta.  La notizia la lascia estremamente addolorata e rivede criticamente la fine del viaggio e la decisione di separarsi.
Il viaggio, in una luce retrospettiva, diventa quindi “La via crudele”. Il libro si arricchisce degli aspetti umani e diventa anche il racconto del rapporto e del contrasto tra le due personalità. Ella dopo la fine del viaggio e la separazione si sente in parte responsabile per non aver saputo proteggere Annemarie da se stessa e dal suo tormento interiore.
 

Gli appunti di viaggio di Annemarie sono stati raccolti nel libro “Tutte le strade sono aperte- Viaggio in Afganistan 1939-1940” (anche questo libro è disponibile nella nostra biblioteca). Lo stesso viaggio, due storie diverse. Da una parte una “via crudele”, dall’altra “tutte le strade sono aperte”.
Il libro di Annemarie è l’esperienza soggettiva del viaggio, le impressioni, le emozioni, i pensieri di una persona speciale, una viaggiatrice sensibile. A volte ho trovato gli stessi posti e gli stessi episodi raccontati in modo molto diverso: per Ella soprattutto descrizioni oggettive, spiegazioni storiche, difficoltà del viaggio e soluzioni trovate, per Annemarie il racconto empatico delle situazioni, delle, persone, dei posti.
Per entrambe il terribile sottofondo è la guerra in Europa che incombe, il loro viaggio è quasi una fuga. Arrivate a Kabul le condizioni di salute di Annemarie peggiorano e Ella fa sempre più fatica ad adattarsi alla fragilità e alle intemperanze della sua compagna di viaggio.
Con lo scoppio della guerra in Europa i permessi di viaggio per l’interno dell’Afghanistan vengono revocati, Annemarie ed Ella precipitano nell’incertezza. È tempo di separarsi. Annemarie ed Ella prendono decisioni diverse: Annemarie decide di tornare in Europa, pensa di poter essere utile scrivendo articoli che possano fare luce sulla vera natura del nazismo, Ella decide di essere cittadina del mondo e di restare dove si trova.

lunedì 10 novembre 2025

Sette volte bosco

 

La Grande Guerra è stata fonte di ispirazioni di una moltitudine di narratori, da Luis Trenker a Mario Rigoni Stern a Ilaria Tuti, tanto per dire i primi che mi vengono in mente. A oltre cento anni di distanza, gli stravolgimenti che i montanari coinvolti loro malgrado nel conflitto hanno subito rappresentano ancora uno spunto per un nuovo romanzo.
Caterina Manfrini esordisce con Sette volte bosco, edito da Neri Pozza, per dar corpo a una storia che narra l’immediato dopoguerra. Una storia di sperdimenti, povertà, solitudine, perdita di qualsiasi riferimento affettivo che caratterizzano i giorni di chi, tra mille difficoltà, torna a vivere una vita normale, o perlomeno ci prova.
Adalina è stata sfollata a Mittendorf dove ha perso i genitori; ora torna al suo maso, alle pendici del Pasubio. Suo fratello che ha combattuto, ed è stato ferito, sul Lagazuoi è in un campo di prigionia italiano. Adalina è sola, il maso è stato devastato, non ha più le galline e le capre. Il racconto, che alterna espressioni dialettali e altre in lingua cimbrica, mette in risalto il legame che i montanari hanno con la natura e la loro terra: Adalina chiede consigli e chiede certezze allo spirito del fiume che scorre a fianco del suo maso. La piccola proprietà e la montagna, pe quanto devastate dalla guerra, le daranno quel minimo sostentamento che le permetterà di ricominciare a vivere.
Se inizialmente il romanzo indugia su questa faticosissima, dolorosa e incerta ripartenza, saranno poi altri avvenimenti a rendere avvincente la trama: un legame con un’altra giovane donna del paese, una presenza misteriosa, il ritorno del fratello. Lo sconquasso della guerra, lo spostamento dei confini, le identità nazionali ancora confuse rendono però sempre complicato riallacciare i rapporti umani.
Infine sarà la resilienza dei montanari a rimettere insieme le cose necessarie a sopravvivere e le relazioni personali, almeno così sembra di intuire alla fine del romanzo.
 
“Sette volte bosco, sette volte prato”: era la profezia secondo cui vivevano. La vita, insomma, era un cerchio. Tutto, alla fine, tornava come era stato, e niente di quello che avevano era dovuto. Ogni cosa cambiava, attraversava fasi e stagioni, tornava la stessa e ricominciava. Forse anche per Adalina le cose sarebbero ricominciate, ora che era di nuovo al màs.

giovedì 16 ottobre 2025

Concorso fotografico in omaggio a Mario Rigoni Stern

 A quasi venti anni dalla morte, Mario Rigoni Stern è ancora letto, apprezzato e soprattutto citato: in molti libri di montagna di questi anni ci sono ancora frequenti riferimenti più o meno espliciti alle sue opere.
La natura con i suoi ritmi stagionali è stata sempre la sua passione, insieme all’etica civile e alla storia: soprattutto quella del ‘900 caratterizzata dalla due guerre, la prima che sconvolse l’altopiano di Asiago, la seconda che lo vide drammaticamente protagonista.
In memoria dello scrittore è stato istituito un concorso fotografico: ogni edizione ha un tema riferito al titolo di un suo libro. Grazie a una donazione del CAI Verona, abbiamo in biblioteca due bei libri fotografici con le immagini della quinta e sesta edizione del concorso.

Uomini, boschi e api è il titolo di una raccolta di racconti pubblicata nel 1980. Lo stesso titolo troviamo sulla copertina del volume che raccoglie le migliori foto del concorso del 2018. Il tema è il lavoro dell’uomo in montagna: i protagonisti sono quindi pastori e i loro animali, boscaioli, malgari, casari, carbonari, contadini. Belle foto raccontano la fatica di uomini e donne delle terre alte ma anche momenti di rara poesia; il volume è arricchito da vari estratti da racconti di autori molto apprezzati: Rigoni Stern innanzi tutto, ma anche Paolo Rumiz e Mauro Corona.

La sesta edizione del concorso, nel 2020, aveva invece come titolo Sentieri sotto la neve, lo stesso di un’altra raccolta dello scrittore asiaghese del 1998. Le foto, assolutamente suggestive, raccontano paesaggi silenziosi con presenze umane appena percepibili in modo da rendere al meglio la solitudine e l’incanto dell’inverno. I brani che arricchiscono il volume sono di autori vari di grande fama seppure non legati alla montagna. Molto particolare è una poesia di Erri De Luca in esergo e certamente significativo uno scritto di Giuseppe Mendicino dal titolo “La natura nelle opere di Mario Rigoni Stern”.

Le pagine di questi due volumi, ricche di belle fotografie, riescono a rievocare il mondo dello scrittore di Asiago. Chi lo ha già letto ritroverà le atmosfere dei suoi racconti. Per chi non lo ha ancora letto potrebbero essere un invito a farlo.

domenica 31 agosto 2025

In viaggio con Dumas

Devo ammettere che preferisco la montagna di una volta, quando si coglieva ancora un senso di scoperta, ormai cancellato da web e gps. Parlando di libri, apprezzo lo scrittore di mestiere, seppur tranquillo escursionista, piuttosto che l’alpinista di grido che racconta imprese mirabolanti.
Ho fatto queste due premesse per spiegare perché mi sono molto divertito nella lettura dei racconti di viaggio attraverso le Alpi di Alexandre Dumas. Nel 1832, lo scrittore, appena trentenne e non ancora famoso, lascia Parigi per sfuggire un’epidemia di colera. Raggiunge Ginevra in carrozza per proseguire a piedi o con mezzi di fortuna su quelle montagne che cominciano a divenire appetibili ai gusti della borghesia ottocentesca. Ne scrive un resoconto di quasi mille pagine che ha un buon successo in Francia; passano oltre cento anni prima che sia pubblicata una prima versione italiana limitata a pochi episodi; questa raccolta di resoconti di viaggio avrà una buona diffusione e un conseguente successo in Italia quando sarà riedita nel 1997 da Vivalda, nella prestigiosa collana I Licheni, col titolo In viaggio sulla Alpi.
La prosa è assolutamente gustosa, ricca di aneddoti e episodi esilaranti dovuti alla distanza, che duecento anni fa era ben marcata, tra un cittadino e i montanari. Dumas dà una descrizione dei luoghi che gli appaiono di una selvatichezza inavvicinabile ma con cui però non esita a cimentarsi con esiti non sempre felici; racconta di alloggi improbabili e pasti immangiabili per un parigino, scherzi atroci scambiati con altri viaggiatori. Non esita però a proseguire nelle sue avventure sulle orme delle guide che, di volta in volta, lo accompagnano. Il tono della narrazione è avventuroso e rocambolesco, probabilmente frutto di una dose di invenzione e forse proprio per questo divertente. Mi ha ricordato i racconti che si facevano sui pullman del CAI di una volta quando si ricordavano certe escursioni finite a tarda notte per andare dietro a Mario Maniccia.
L’episodio più noto del libro è l’incontro, a Chamonix, con Jacques Balmat, il primo salitore del Monte Bianco, ormai settantenne a quell’epoca. Il racconto ha uno stile privo di retorica e autocompiacimento; uno dopo l’altro si susseguono i rischi affrontati e le difficoltà incontrate ma non mancano inganni e colpi di scena come in un vero romanzo d’avventura. Probabilmente il racconto è un falso storico riguardo i rapporti tra Balmat e Paccard ma qui prevale il piacere della lettura.
Dumas incontra poi anche Maria Paradis, la prima donna a salire sul Bianco e Marie Couttet, montanaro di Chamonix, scampato alla prima grande tragedia alpinistica. Racconta poi le sue escursioni in Svizzera e, infine, anche in Italia. Tra descrizioni di un ambiente che appare ostile e avvincente, incontri, storie e aneddoti, Dumas racconta quell’interesse per l’avventura sulle Alpi destinata a dilagare nei decenni a venire.

venerdì 13 giugno 2025

IN MONTAGNA - escursionismo e alpinismo nelle vette italiane


IN MONTAGNA è una collana dedicata ai più importanti gruppi montuosi di Alpi e Appennini, edita dal gruppo GEDI con il patrocinio del CAI. Ogni volume ha una parte introduttiva dove se ne descrive geografia, natura, storia e tradizioni, protezione ambientale e alpinismo; segue l'elenco dei rifugi e bivacchi con le informazioni essenziali. Sono poi descritti gli itinerari alpinistici alle cime più importanti e molte escursioni di tutte le difficoltà, dalle passeggiate con famiglie alle salite più lunghe e impegnative. Ogni volume è corredato da molte belle foto. Una collana molto utile per chi vuole programmare una vacanza in montagna o anche per rivedere dei posti noti o immaginare quelli che non si conoscono ancora.

Qui sotto trovate il piano dell'opera. Fino ad oggi abbiamo disponibili, nella nostra biblioteca, i primi nove volumi, ma il decimo e l'undicesimo sono in arrivo. Un grazie di cuore a Luigi Spinetti che si è ripromesso di donarceli tutti.

  1. Monte Bianco
  2. Marmolada
  3. Monviso
  4. Monte Rosa
  5. Gran Sasso
  6. Dolomiti di Brenta
  7. Cervino
  8. Tre Cime di Lavaredo (Dolomiti di Sesto)
  9. Ortles-Cevedale
  10. Gran Paradiso
  11. Catinaccio-Sella-Sassolungo
  12. Monti Sibillini
  13. Pelmo, Civetta e Moiazza
  14. Bernina e Disgrazia
  15. Pale di San Martino
  16. Argentera
  17. Grigne
  18. Adamello-Presanella
  19. Alpi Apuane
  20. Tofane e Dolomiti d’Ampezzo
  21. Pollino
  22. Montasio (Alpi Giulie)



lunedì 5 maggio 2025

Il giovane Settembrini

Enrico Camanni torna in libreria, nella collana dei Gialli Mondadori, con La Bandita, una nuova avventura di Nanni Settembrini, guida alpina e vicecomandante del Soccorso Alpino di Courmayeur. È il sesto romanzo della serie ma cronologicamente si colloca prima degli altri; infatti stavolta Camanni riporta indietro le lancette del tempo al 1993 e quindi ritroviamo un giovane Settembrini appena sposato che già sperimenta gli screzi della vita coniugale; la passione per le scalate è ancora freschissima ma già appaiono riflessioni mature sull’approccio alla montagna da parte di diverse categorie di persone: valligiani, turisti, guide alpine e loro clienti. 

Un’infermiera ha dapprima accoltellato il suo primario e poi lo ha soccorso salvandogli la vita, quindi è fuggita rifugiandosi in una valle solitaria e poco frequentata. La cercano in molti: polizia, carabinieri e Soccorso Alpino ma lei sembra svanita nel nulla. C’è chi la pensa morta. Settembrini è convinto che sia ancora viva e nemmeno troppo lontana ma i vaghi indizi raccolti non lo portano da nessuna parte. 
Intanto i mesi si susseguono e il racconto segue gli avvenimenti della politica e della società, così come Settembrini li vive e li interpreta; la montagna cambia al mutare delle stagioni così come le abitudini di chi ci vive e chi la frequenta. Non mancano di certo le descrizioni delle salite del nostro protagonista, raccontate con chiara competenza alpinistica, ma ciò che sembra interessare maggiormente il narratore è la psicologia di chi si avventura su vie di roccia e ghiaccio per raggiungere le cime.
Il tarlo della donna scomparsa però è sempre nella mente di Settembrini. Sarà il fato a preparare quella combinazione di eventi che porterà la storia a un finale avvincente.

Chi ha già letto altri romanzi della serie apprezzerà di certo anche questo; chi non li ha ancora letti può anche cominciare da questo, proprio perché non ha legami con le storie precedenti.

martedì 22 aprile 2025

Storia di un albero

C’era una volta un abete gigantesco, probabilmente l’Abete bianco più maestoso e imponente d’Europa. Ho cominciato così perché la storia che Marco Albino Ferrari racconta nel suo ultimo libro, Il Canto del Principe, edito da Ponte alle Grazie, ha l’incedere di una fiaba. Invece non lo è, è una storia vera. 
Questo albero così imponente si trovava sull’altipiano di Lavarone e fu abbattuto da una tempesta di vento nel novembre 2017 (non era ancora Vaia). La sua fine fu causata dall’incuria di alcuni ragazzi che ne intaccarono la corteccia, ma ciò accadeva diversi decenni fa. Ma si sa, il tempo degli alberi e dei boschi è molto più dilatato rispetto al tempo degli uomini.
Questo grande abete tornerà a vivere: dal suo tronco è stato ricavato il legno per costruire un quartetto d’archi: strumenti molto particolari, sono bianchi e non rosso-bruni come tutti gli altri. Strumenti però destinati a suonare per secoli e ricordare il grande abete. Gli alberi conoscono tempi che gli uomini possono soltanto immaginare.
Attraverso le pagine del libro, l’autore ci racconta l’importanza simbolica che questo abete aveva per la comunità locale, risalendo alla colonizzazione dell’altipiano da parte degli antichi Cimbri e dei loro successori. La storia ci parla della cura che queste popolazioni avevano e hanno ancora per i loro boschi e il loro territorio. L’ambiente va preservato non lasciandolo nello stato selvaggio ma avendone una cura attiva, da parte dell’uomo: questa è la morale di questa storia.
La lettura di questo libro mi ha indotto a rileggere qualche pagina di Mario Rigoni Stern. Nel suo Arboreto salvatico, cita «il bellissimo Avez del prinzep (Abete del principe) in quel di Lavarone, alla cui ombra amava sostare Sigmund Freud e che certamente è stato ammirato anche da Robert Musil». È sempre un piacere avere una scusa per rileggere lo scrittore di Asiago.
Termino con il commento di Corrado Augias: «La magia di un albero che muore e risorge, dal fruscio delle foglie al suono di un violino. Un incanto». E qui mi taccio perché, si sa, ubi maior…

Commento di Melina Biagi:
Ho letto con  piacevole interesse questo libro  e la famosa frase «nulla  si crea,  nulla si distrugge, tutto  si trasforma», si addice perfettamente  alla conclusione di questo  racconto.      
I suoni che il vento creava attraverso i rami di un meraviglioso, spettacolare pino bianco, il canto degli uccelli e tutti i rumori del bosco determinati dalla vita che si svolgeva intorno ad esso, rivivono riprodotti, trasformati in dolcissime melodie eseguite da violini costruiti con il legno di quell'albero che sembrava morto, (abbattuto  da un furioso  temporale). Sembrerebbe una fantastica favola scritta per  bambini, ma è una bellissima realtà raccontata con grande sensibilità .

domenica 16 marzo 2025

L'uomo che scriveva lettere alle montagne

Non è facile raccontarsi, confessare i ricordi più dolorosi e le emozioni più delicate. Allora Onesto, protagonista di questa storia, decide di scrivere alle montagne. Ha speso la sua vita in una piccola frazione di Tai di Cadore e le cime delle Dolomiti sono una presenza costante e confortante lungo i suoi giorni. Affranca e spedisce le lettere alle montagne, quasi che esse siano persone reali a cui destinarle, chissà forse le uniche capaci di intendere le sue gioie e i suoi tormenti.
Guido Contin detto Cognac è ormai vecchio, non possiede più nulla se non la sua saggezza, vive in un casello dismesso della vecchia ferrovia del Cadore: sarà lui a raccogliere le lettere, non recapitate dalle Poste, e a conservarle, in modo da consegnarci questa storia struggente.
Onesto è il titolo di un bel romanzo di uno scrittore veneto, Francesco Vidotto, e pubblicato da Bompiani.
La storia scorre lungo molti decenni del Novecento, a cavallo della guerra, fino a un epilogo che arriva ai giorni nostri, o quasi. Due fratelli si sono persi e ritrovati, si sono innamorati della stessa ragazza: la loro vita procederà alternando parentesi di dolcezza e momenti drammatici. Lo spaccato della vita cadorina ci mostra povertà e resilienza, fatica e sprazzi di felicità, crudezze e slanci di intensa solidarietà: è una montagna così diversa dallo stereotipo turistico ma che sa comprendere e lenire i dolori del protagonista. Una storia che apre una breccia nei nostri sentimenti.
L’autore fa suo l’insegnamento di Onesto:
In molti credono che per scalare ci voglia forza, invece è proprio il contrario.
Scalare non è questione di tenere, è questione di lasciarsi andare.
Ogni cosa.
La paura, l’incertezza, il dubbio, le sicurezze, i problemi, le soluzioni, il passato, il futuro, le prese, gli appigli.
Tutto quanto.
Lasciare andare in un movimento che avvicina al cielo

 

venerdì 7 marzo 2025

Il richiamo della montagna

Sul risvolto di copertina del suo ultimo libro, Matteo Righetto è definito scrittore e filosofo della montagna. Dopo alcuni romanzi ben apprezzati (in biblioteca abbiamo La pelle dell’orso, L’anima della frontiera e La stanza delle mele) ora Matteo Righetto pubblica un breve saggio: Il richiamo della montagna, per le edizioni Feltrinelli
L’autore prende spunto dai temi critici di questi tempi: innanzi tutto il riscaldamento globale e i suoi effetti più nefasti, raccontando da par suo il crollo del ghiacciaio della Marmolada e la tempesta Vaia; senza dimenticare lo sfruttamento turistico della montagna e il conseguente sovraffollamento, lo spopolamento delle aree montane e lo stravolgimento dei ritmi stagionali. Sono temi attuali e trattati anche in altri saggi che abbiamo in biblioteca (Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari, La Montagna Sacra di Enrico Camanni). 
La prospettiva di Righetto, però, si concentra su altri punti su cui vale la pena ragionare. L’attenzione della nostra società, dice l’autore, è legata unicamente al presente: stiamo perdendo di vista tutta la storia passata e soprattutto il nostro futuro, concentrandoci unicamente sul soddisfacimento dei nostri desideri immediati. Nel nostro antropocentrismo imperante, la montagna, ridotta a parco giochi, è vissuta solamente per appagare il nostro edonismo. Invece le pagine di questo libro ci invitano a pensare la montagna nei tempi lunghi della storia, a percepirne la sua sacralità nel silenzio e nella riflessione per riuscire davvero a comprenderla e goderne. I luoghi naturali hanno un loro spirito e attraversarli camminando ci aiuta ad avvertirlo. Quindi Righetto tratteggia un nuovo umanesimo, che si oppone alla tecnica fine a sé stessa e alla ricerca del profitto, per definire un diverso approccio alla montagna. Un invito rivolto a ogni amante della montagna a dedicare una piccola parte del suo tempo a questa lettura.

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martedì 4 febbraio 2025

L'intelligenza degli alberi

Stefano Mancuso, professore ordinario presso l’Università di Firenze, è tra le massime autorità mondiali impegnate a studiare l’intelligenza delle piante.
Ho letto il suo primo libro in un luogo ideale: in una radura al centro di un bosco, in un pomeriggio di riposo e di quiete, nella perfezione del silenzio. Ho avuto modo, così, di conoscere i temi che gli sono cari, spiegati in maniera chiara: gli alberi hanno una vita sociale, infatti si scambiano informazioni tramite le loro radici; hanno sviluppato i cinque sensi, seppure in modo diverso da noi; hanno una forma di intelligenza che gli permette di far fronte alle difficoltà e ai cambiamenti dell’ambiente. E poi, sembra una banalità ma è una verità assoluta: le piante vivrebbero benissimo senza il genere umano mentre noi, senza di loro, ci estingueremmo in un batter d’occhi.
Questo suo primo libro era evidentemente un saggio, a cui ne sono seguiti altri sempre centrati su temi del genere.
Ora invece Stefano Mancuso ha trasferito questi suoi argomenti nella narrativa. In biblioteca abbiamo La versione degli alberi, edito da Einaudi, gentilmente donatoci da Margherita Antonucci. In questo romanzo gli alberi parlano e camminano, addirittura viaggiano, custodiscono le loro informazioni in una biblioteca e si riuniscono in assemblea. Tutte le loro attività hanno un fine: contrastare i danni che l’uomo sta arrecando all’ambiente e far fronte al cambiamento climatico. Il tono della scrittura è leggero e fantasioso; certo, la narrazione ha il carattere di una fiaba; però, in filigrana. si intravedono i solidi fondamenti scientifici dell’autore e la sua visione del mondo vegetale. Gli alberi di Mancuso sono inclusivi, aperti al dialogo con le altre comunità vegetali; camminano e addirittura viaggiano; "ragionano" su tempi lunghi secoli e non soltanto sul presente; condividono le loro informazioni per perseguire il bene comune. A differenza degli umani.

All’inizio del racconto si fa riferimento a una storia precedente: ho capito quindi che c’è un altro libro che lo precede (La tribù degli alberi, Einaudi, 2022); il finale è aperto e lascia intuire che ci sarà un terzo episodio. Potrebbe essere interessante. Se ne può parlare.

domenica 10 novembre 2024

Piedi freddi

Alcuni di voi ricorderanno Francesca Melandri, nostra ospite quando ci parlò di Eva dorme, un libro che ci è rimasto impresso nella memoria. Qualche anno dopo pubblicò Sangue giusto: un romanzo che narra in parallelo l’immigrazione verso il nostro paese e la guerra coloniale italiana in Etiopia; libro, anche questo, che mi ha lasciato un segno, seppure lontano dalle tematiche del CAI.
Quest’anno Francesca Melandri ha pubblicato Piedi freddi, per le edizioni Bompiani. Mi sembra utile parlarne qui perché prende spunto dalla storia degli alpini in Russia ma soprattutto mi sembra doveroso perché mi ha segnato e commosso.
Il libro è un lungo colloquio immaginario tra l’autrice e suo padre, giovane tenente degli alpini inviato in Russia, sul fronte orientale. Si percepisce l’affetto di una figlia che ricorda i racconti drammatici di suo padre, intrisi di fantasiose invenzioni per renderli più dolci alle orecchie di una bambina. Allora la narrazione si sofferma sull’aneddoto dell’ululato del lupo che gli alpini emettevano nella notte per spaventare i soldati russi dall’altra parte della trincea; o il fortunoso ritrovamento dei valenki, gli stivali di feltro che gli risparmiarono il congelamento dei piedi. Poi però la donna adulta si domanda con quale spirito il giovane tenente abbia affrontato quella guerra di conquista coloniale, combattuta dalla parte sbagliata. E ancora: l’ambiguo comportamento del suo genitore nel tragico periodo che va dall’otto settembre alla Liberazione. Allora il libro è al tempo stesso una ricerca della verità su suo padre e una riflessione sulla guerra che oggi torna alle porte dell’Europa, nella stessa terra già contesa ottanta anni fa; guerra combattuta per le stesse ragioni di sempre: un’invasione di stampo coloniale. La considerazione inquietante a cui si arriva è che la nostra generazione, vissuta in un tempo di pace durato ottant’anni, non sia nemmeno in grado di immaginare come potrebbe reagire la nostra società alla sciagurata eventualità di una guerra in casa nostra. E qui si impone una riflessione sul pacifismo.
Piedi freddi è un libro che è al tempo stesso romanzo, libro di storia, orazione civile.
Da quando l’ho letto sono tornato a seguire le vicende della guerra in Ucraina con rinnovato interesse; l’abitudine alle notizie quotidiane, che preferiremmo non ascoltare, ci porta all’assuefazione. Questo libro riporta drammaticamente la guerra alla nostra attenzione.

martedì 17 settembre 2024

Sguardi antitetici sull'alpinismo di fine Ottocento

Ho fortuitamente recuperato una copia, pubblicata a inizio Novecento, di Tartarin sulle Alpi, romanzo scritto da Alphonse Daudet nel 1885. Ne ho affrontato la lettura con un pizzico di curiosità ma anche con una certa perplessità. Devo invece riconoscere che il libro non cessa di stupire per la sua modernità. 
La seconda metà dell’Ottocento è stata l’epoca d’oro dell’alpinismo romantico quando esplose l’interesse per le salite più impegnative sulle Alpi da parte delle classi borghesi ma anche il periodo in cui si affermò il turismo alpino. Tartarino, è cosa piuttosto nota, è un personaggio di fantasia che millanta grandi imprese: nel primo volume della trilogia a lui dedicata insegue la gloria cacciando il leone in Africa; in questo secondo episodio è il presidente del Club Alpino di Tarascona e affronta le grandi vette alpine. Però Tarascona è circondata soltanto da dolci colline dove i soci tarasconesi credono di compiere chissà quali imprese; le Alpi, invece, sono tutt’altra cosa e il nostro protagonista non è assolutamente preparato ad affrontarle. Ne nasce una satira ancora molto efficace a distanza di tempo. Vi si possono ritrovare tanti temi ancora molto attuali: le fanfaronate che si raccontano, le aspre rivalità all’interno del CAI, le Alpi svizzere descritte come un immenso luna park confezionato per i cittadini villeggianti. Per dirla con Enrico Camanni: “Il turismo alpino è una grande, efficacissima fabbrica del falso”.
Insomma, una lettura divertente ma anche raccomandabile per non prendere il CAI troppo sul serio.

Di tutt’altro tenore è, invece, Tragedie Alpine, di Charles Gos, pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi nel 1957 (l’edizione francese è del 1940). Sono resoconti di ascensioni, finite appunto in tragedia, nella seconda metà dell’Ottocento, che vedono protagonisti esponenti della migliore società inglese e guide locali; i gruppi montuosi teatro di queste avventure, concluse in modo drammatico, sono i più alti delle Alpi: Monte Bianco, Vallese (Cervino e Monte Rosa), Oberland Bernese. Il libro è molto ben documentato e riporta opinioni di persone estremamente qualificate: tanto per dire, l’autore conosceva personalmente, tra gli altri, Edward Wymper e Guido Rey. Il volume è corredato da foto in b/n di ottima definizione dove sono indicati con precisione i punti critici delle ascensioni e dove sono tracciate le linee di salita.
Al di là di questi puri tecnicismi, ho trovato la lettura coinvolgente, almeno per due motivi. Il racconto, sempre avvincente, mette in evidenza quelle minime fatalità che rappresentano la discriminante tra il successo della salita e la catastrofe: una specie di sliding doors, dentro o fuori è questione di un attimo. Certo è che le disgrazie furono numerose, anche in relazione al numero di alpinisti ben inferiori a quelli di oggi: tant’è che la regina Vittoria provò a “rendere pubblica la sua disapprovazione circa le pericolose escursioni alpine” ma ovviamente non fermò certo la corsa alle cime.
L’altro lato della medaglia è rappresentato dal punto di vista di guide e portatori. Erano sempre valligiani per cui il mestiere rappresentava una notevole fonte di guadagno: erano quindi spinti ad accettare il rischio pur di rendere più agevole la vita delle rispettive famiglie. Il libro cita casi in cui persero la vita dei fratelli oppure padre guida e figlio portatore. Il lutto che si abbatteva sulla loro casa rappresentava spesso anche una rovina per l'economia della famiglia.

mercoledì 24 aprile 2024

La Montagna Sacra

Nel 2020, un consigliere del Parco Nazionale del Gran Paradiso lanciò una proposta: «istituire nel territorio del Parco una Montagna sacra per tutte le genti e tutte le fedi. Una montagna “inaccessibile”, sulla quale l’Uomo si impegna a non salire mai. Si impegna ad accettare un Limite.». Fu scelto il Monveso di Forzo, un tremila al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. Non erano previsti né divieti né sanzioni, era piuttosto una provocazione, un monito a ripensare un modello di sviluppo fondato sulla crescita senza limiti del turismo alpino e delle sue infrastrutture. Questa proposta raccolse adesioni entusiastiche ma allo stesso tempo voci altrettanto critiche: anche il CAI lo accolse piuttosto tiepidamente. 
Enrico Camanni è ripartito da questa idea e ha dato alle stampe il suo ultimo libro dal titolo La montagna sacra, edito da Laterza. Questo saggio riesamina la percezione della montagna nella cultura occidentale che, negli ultimi due secoli, è stata improntata a una progressiva urbanizzazione delle aree alpine per soddisfare le necessità di un turismo sempre più massificato; parallelamente le culture orientali hanno sempre visto la montagna come una fonte di vita, attribuendole un’aurea di sacro rispetto. 
Camanni riepiloga la progressiva occupazione delle valli alpine secondo le ideologie dei vari periodi storici fino a concentrarsi sull’esplosione del turismo di massa del dopoguerra e la nascita dei sentimenti ambientalisti a partire dagli anni ’80. In questa sua ricostruzione riporta diversi pareri, a volte complementari, a volte totalmente divergenti, in modo da affrontare l’uso che si è fatto delle risorse naturali delle Alpi da diversi punti di vista. 
Giunge infine ai giorni nostri, segnati da cambiamenti climatici che richiedono sempre maggiori investimenti e pesanti infrastrutture per consentire di sciare a quote sempre più elevati; i costi nei comprensori turistici più richiesti lievitano in modo da accentuare le differenze sociali. 
Quale futuro si prospetta? Camanni individua nell’accettazione di un limite la chiave per impostare un diverso rapporto tra uomo e montagna, improntato alla sostenibilità che rispetti l’ambiente e l’economia delle valli alpine. Intanto, però, l’industria del divertimento non si ferma e progetta nuovi impianti e ulteriori urbanizzazioni che trasformano sempre più la montagna in una città con annesso il suo parco giochi.

venerdì 26 gennaio 2024

Riflessioni sulla montagna

La nostra biblioteca si è arricchita di due nuovi libri che, seppure molto diversi tra loro, invitano entrambi a qualche riflessione.

Sylvain Tesson è un famoso giornalista e scrittore di narrativa di viaggio: qualcuno di noi ha visto al cinema il film “A passo d’uomo”, tratto da un suo libro dove descrive le sensazioni provate nel traversare la Francia a piedi, dopo un brutto incidente che poteva condannarlo all’immobilità. In questo nuovo libro “Bianco”, edito da Sellerio, Tesson racconta la traversata delle Alpi in sci, da Mentone a Trieste, compiuta nell’arco di quattro inverni. Lo accompagna Du Lac, guida alpina e campione di arrampicata, tanto che Tesson si chiede perché uno molto più forte di lui accetti di averlo con sé in questo viaggio avventuroso. A loro, poi, si aggiungerà un terzo compagno incontrato lungo il cammino. Il racconto, organizzato in forma di diario in modo che ogni capitolo coincida con un giorno, è però diverso da quello che ci si potrebbe aspettare: di certo ci sono accurate descrizioni del paesaggio ma mai oleografiche, senza decantarne la bellezza, sempre permeate dall’esperienza personale; non c’è mai compiacimento nell’impresa, viene piuttosto descritta la paura nel seguire le tracce di Du Lac e il processo mentale per esorcizzarla; ci sono le visioni e i vagabondaggi mentali per ingannare il tempo durante le lunghe ore di salita; ci sono riferimenti letterari perché un piccolo libro è sempre un fedele compagno di viaggio oltre alla pesante attrezzatura. Così l’immersione nel Bianco serve anche a fare un viaggio dentro di sé alla ricerca dell’essenziale: la stufa, la minestra, il riposo dopo giornate di esaltazione, fatica, paura. 
Estrapolo una frase di Tesson: “In realtà essere al vertice non accresce mai il valore di una persona. L’uomo non si trasforma. Quando raggiunge altezze meravigliose, vi trasporta le sue miserie”.

Questo passo ci porta all’altro libro: La montagna vivente di Amitav Ghosh, uno dei più grandi scrittori indiani. È un breve racconto che tratta i temi cari all’autore: la tragedia del colonialismo, gli stravolgimenti dell’ambiente, le conseguenze nefaste del superamento di ogni limite. Con questo libro Ghosh racconta una favola dal finale amaro. Una comunità di montanari vive in una remota valle ai piedi dell’Himalaya seguendo consuetudini tramandate da tempo: la Montagna li protegge e li nutre ma nessuno dovrà mai salirla. L’arrivo degli stranieri sconvolgerà i ritmi naturali provocando danni sempre più rilevanti. Un invito a riflettere sul nostro presente.

lunedì 18 dicembre 2023

La notte del Cervino

Enrico Camanni è ben conosciuto da molti di noi che ne hanno letto i gialli imperniati sulla figura di Nanni Settembrini, capo del soccorso alpino di Courmayeur, e le storie dedicate a personaggi dell’alpinismo e della cultura di montagna. Le Commari, piccola casa editrice romana sensibile ai temi della montagna, ha appena ripubblicato il primo romanzo di fantasia di Camanni, La notte del Cervino.
L'autore scrive in prima persona, immaginandosi nei panni di una giovane donna. Chiara ha un passato giovanile di impegno politico e di idee rivoluzionarie; vive tra Ivrea, dove è nata, e Torino, dove studia, nel periodo che va dal Sessantotto all’assassinio di Guido Rossa nel 1979, attraversando così gli anni di piombo. Avviandosi all’età matura Chiara ha mantenuto i suoi ideali, stemperati però dalla necessità di dover trovare un lavoro che trova nel giornale locale; questa sua scelta l’ha allontanata da Anna, sua amica di sempre, rimasta ferma nelle sue convinzioni estremiste. Nella storia ci sono, però, anche due importanti personaggi maschili, entrambi assidui frequentatori della montagna: il padre di Chiara e soprattutto il direttore del giornale con cui si instaura un rapporto di complicità, nonostante veda il mondo da una prospettiva ben differente da quella della protagonista.
Il racconto si snoda tra i tormenti privati di Chiara e quelli pubblici dell’Italia degli anni ’70. La montagna disegna i momenti di svago: dalle passeggiate familiari con il padre alle escursioni più impegnative con il suo direttore; infine lui cercherà di convincere Chiara a salire insieme il Cervino. Queste parentesi avventurose fanno da felice contrappunto agli anni difficili che la giovane donna vive. La montagna non rappresenterà una soluzione ma sarà quella consolazione che permetterà a Chiara di sopravvivere alle delusioni della vita e della Storia.

lunedì 30 ottobre 2023

Due racconti di natura

Due nuovi libri in biblioteca raccontano diversi aspetti dell'ambiente naturale: La compagnia del gelso di Franco Faggiani e L'uomo che guardava la montagna di Massimo Calvi.
La prima recensione è a cura di Federico.

Aboca edita essenzialmente libri che hanno per tema la natura, la fauna, la flora, con particolare attenzione alla sostenibilità e ai nuovi modelli di sviluppo.
In questo ambito si trova la collana di narrativa “Il bosco degli scrittori” che comprende alcuni degli scrittori più sensibili al tema.
Gli autori raccontano storie del mondo a partire da un albero, ognuno con il proprio albero del cuore.  Quello di Franco Faggiani è il gelso.
In dialetto il gelso è detto lu porcu, perché della pianta come del maiale non si butta via niente, dallo sciroppo di more alle radici per la salute, senza dimenticare l’importante funzione delle sue foglie che nutrono i baschi da seta. 
Con La compagnia del gelso Franco Faggiani, giornalista e scrittore appassionato di montagna e di boschi ci consegna dei piccoli messaggi di conoscenze botaniche attraverso le divertenti avventure di alcuni personaggi spassosi, uniti dall’amore per la natura.
Il racconto inizia con la disavventura capitata al solitario professore Pier Maria Croz, milanese, da poco trasferitosi alla facoltà di Scienze Forestali dell’Università di Ascoli.  Viene investito da Nevio con la sua mitica Panda, “capo” di un’allegra combriccola di vecchietti, che scambia l’ingresso della villetta dove alloggia il professore con l’entrata della propria abitazione adiacente.
L’incidente però ha tutto il sapore di un segno del destino…

Un uomo alla fine dei suoi giorni chiede di essere portato davanti alla sua montagna: vuole attraversare l’ultimo tratto del suo percorso terreno nella contemplazione di uno scenario alpino che gli è particolarmente caro. L’uomo che guardava la montagna di Massimo Calvi, per le edizioni San Paolo, è un diario di questi ultimi tredici giorni. Mi sarei aspettato toni drammatici e interrogativi inquietanti che, invece, sono appena accennati. La contemplazione della montagna sembra infondere serenità nel protagonista nel suo tragitto verso una fine ineluttabile. Gli elementi del paesaggio contribuiscono, ognuno a modo suo, a risvegliare i ricordi di una vita e a tracciarne un bilancio che sarà inevitabilmente in chiaroscuro.
L’autore è caporedattore ed editorialista di Avvenire. Lo immagino uomo di fede e non so se ci sia qualcosa di biografico nel suo racconto. Le descrizioni della montagna, vivide nell’immaginazione e pacate nei toni, inducono tranquillità nel lettore. Non so se la montagna abbia davvero questo potere nel tratto estremo delle nostre vite. Però me lo auguro di cuore.


venerdì 1 settembre 2023

Il valore della montagna

Leggo da Lo Scarpone, notiziario della nostra associazione: “Giovedì 3 agosto 2023 presso la stazione sciistica a valle della cabinovia Forcella Sassolungo, si sono ritrovate alcune tra le principali associazioni del territorio alpino. [...] La protezione delle Alpi è una delle principali preoccupazioni delle organizzazioni alpinistiche e ambientalistiche. Uno sviluppo incontrollato e senza limiti minaccia lo spazio alpino, ogni nuova invasione ne diminuisce il valore.”. Trovate l’articolo completo cliccando qui.
Un grande ampliamento degli impianti sciistici attorno al Monte Rosa prevede di deturpare il vallone di Cime Bianche, in val d’Ayas. Marco Albino Ferrari, noto scrittore e giornalista di montagna, si è speso per la salvaguardia dell’ambiente alpino e di questa area della Val d’Aosta in particolare: forse, allora, non è un caso che la presentazione del suo libro Assalto alle Alpi, fresco di stampa per Einaudi, prevista lo scorso 8 luglio presso il forte di Bard, sia stata cancellata. Trovate l’articolo completo cliccando qui.
Allora vale la pena leggere questo breve saggio di Ferrari. L’autore basa il suo ragionamento partendo da una citazione di Oscar Wilde: “La gente conosce il prezzo di tutto e non sa il valore di niente”. Quindi il punto dirimente è se perseguire la redditività economica, qualunque sia il mezzo, o identificare nell’ambiente alpino valori da tutelare. Ferrari ricapitola brevemente la storia della civiltà alpina, un mondo chiuso e ostile dove l’uomo però ha manifestato grandi capacità di adattamento anche grazie a uno spiccato senso di collettivismo (usi civici, le Regole delle comunità cadorine o dei Sette Comuni); fino al punto di rottura avvenuta negli anni del boom economico quando il turismo di massa, spiccatamente invernale, ha sconvolto ogni paradigma, modificando l’architettura e il paesaggio, mutando la percezione dello spazio, grazie a nuove strade e impianti, e del tempo: una volta basato sulle stagioni atmosferiche e ora su quelle turistiche, “alta” e “bassa”. Negli ultimi decenni sono cresciute attività più soft come il trekking, lo sci di fondo o lo scialpinismo ma non è diminuita l’artificializzazione degli spazi o la richiesta di servizi di lusso in quota che stridono con la sobrietà dei rifugi di una volta. L’offerta turistica insegue sempre la domanda, improntata a parametri cittadini, che vuole stelle Michelin anche a duemila metri. Il senso del limite che ispirava la vita alpina è ormai stravolto dalla cultura dell’eccesso dell’età contemporanea.
Le cose non sembrano destinate a cambiare. Ormai si è proiettati verso le Olimpiadi del 2026 che promettono, a parole, un assoluto rispetto per l’ambiente ma prevedono altro cemento e opere di alto costo e scarsissimo utilizzo futuro: una su tutte, la discussa pista di bob, slittino e skeleton, discipline che contano in Italia appena 34 praticanti. La conclusione che Ferrari delinea nell’ultimo capitolo, per chi vorrà leggere il libro, sembra allora l’unica possibile, benché possa apparire drastica e anche utopica.