lunedì 2 novembre 2020

Le Orchidee del Lazio

Il libro Orchidee del Lazio, che avremo presto nella nostra biblioteca, è l'ultima fatica di Bruno Petriglia. Un manuale che guida nella ricerca e consente a tutti una sicura identificazione attraverso chiavi analitiche per generi e specie ma sopreattutto con più di 600 spettacolari immagini dell'Autore che illustra con dovizia di particolari le 94 specie rilevate nel Lazio ognuna in 4 pagine di schede descrittive corredate da mappe di distribuzione, non mancano lunghi elenchi di riferimenti bibliografici e località di presenza. Un'occasine e uno stimolo per approfondire la conoscenza di un territorio di una natura e un paesaggio di assoluto rilievo che l'Autore ha esplorato per circa 30 anni, percorrendo migliaia di chilometri, centinaia di escursioni, a volte brevi e comode, sovente lunghe e difficoltose, attraversando e ammirando tutti gli ambienti naturali del Lazio: praterie montane, garighe aride e assolate, ambienti umidi e faggete sterminate, macchie e boschi densi e ombrosi... perfino giardini pubblici e privati.

Molti di noi conoscono più o meno bene Bruno e spesso hanno apprezzato i suoi lavori. Lascio la parola a Carlo Maniccia per un commento finale:

Orchidee del Lazio è lo scrigno dove Bruno Petriglia ha depositato uno dei  gioielli più preziosi che la natura del nostro territorio custodisce: le immagini di 94 specie di orchidee spontanee, frutto di passione, meticolosa ricerca, studio e sapienza nel fotografarle e classificarle. Un irresistibile invito a scoprire e ad amare quanto ancora, ed è moltissimo, non conosciamo della natura che ci circonda.


giovedì 22 ottobre 2020

I polacchi di Anders che liberarono l'Italia

Furono i soldati polacchi a prendere Montecassino nel maggio del 1944, aprendo così la strada per Roma alle truppe alleate: questa è una storia nota. Meno conosciuti sono gli avvenimenti che precedettero questa battaglia e che portarono i polacchi a combattere a fianco degli Alleati.
La storia comincia nel settembre 1939, all'inizio della guerra, con la spartizione della Polonia tra Germania e Unione Sovietica. L'esercito polacco, ritiratosi verso est dopo l'aggressione nazista, divenne preda dei sovietici: moltissimi ufficiali furono uccisi, i soldati furono fatti prigionieri e inviati nei campi di lavoro in Siberia. Il quadro cambiò radicalmente nel giugno del 1941 quando la Germania ruppe il patto e attaccò l'Unione Sovietica. Improvvisamente i russi si ritrovarono alleati con i britannici: costretto a collaborare con Churchill, Stalin fu indotto a rilasciare i militari polacchi per farli combattere contro i tedeschi. Il generale Anders fu liberato dalla prigione dov'era detenuto e incaricato di ricostituire il II Corpo d'Armata polacco: riorganizzò così un esercito con i prigionieri che affluivano, in condizioni penose, dai campi di lavoro siberiani; i militari polacchi, ma anche i civili che fu possibile liberare, furono trasferiti con un lunghissimo viaggio dapprima in Persia, poi in Medio Oriente e in Egitto, tutti territori sotto il controllo britannico: qui furono addestrati e inquadrati in un vero esercito. All'inizio del 1944 il II Corpo polacco fu affiancato all'esercito alleato: fu protagonista della battaglia di Cassino ma anche della liberazione di Ancona e Bologna.
Alla fine della guerra la Polonia fu assorbita nella sfera di influenza sovietica e i polacchi, che erano stati prigionieri in Siberia, scelsero a malincuore di non rientrare più in patria. Il generale Anders rimase in esilio a Londra e quando morì, nel 1970, espresse l'ultimo desiderio: essere sepolto a Montecassino.

Questa è la storia in estrema sintesi. Possiamo ricostruirla in dettaglio attraverso due libri di recente acquisizione nella nostra biblioteca.
I soldati di Anders : l'odissea dei militari polacchi dalla prigionia in Siberia alla battaglia di Montecassino di Adam Kurlowicz, a cura di Aldo Kurlowicz è il diario di un soldato polacco, tradotta e rielaborata da suo figlio, nato e cresciuto in Italia. Racconta la storia dal punto di vista del soldato che accetta gli avvenimenti senza capirli, ma cercando di interpretarli con le poche notizie di cui dispone. Racconta le privazioni, la fame, le malattie, la perdita dei commilitoni ma anche la rinascita fisica e morale e i momenti di svago durante la riorganizzazione dell'esercito. La lettura è semplice ma l'ho trovata sempre interessante.
Memorie 1939-1946 : la storia del 2. Corpo polacco di Władysław Anders è la stessa storia narrata invece dal punto di vista del generale. Anders è un militare di carriera ma si rivela anche un fine politico e diplomatico. Racconta gli eventi dal punto di vista di chi partecipa alle decisioni prese ai massimi livelli e di chi ha la responsabilità non solo di un'armata ma anche di un popolo, perché si adopera per la liberazione di donne, vecchi e bambini, altrimenti destinati a morte sicura in Siberia. Tratta con Stalin il rilascio dei polacchi prigionieri, incontra Churchill per avere l'aiuto necessario dalla Gran Bretagna, concorda i piani militari con i comandi alleati nel Mediterraneo. Riscrive nel suo diario lo sviluppo degli eventi bellici vista dal punto di vista della Polonia e muove pesanti critiche alla politica staliniana. Dà un ampio spazio alle conseguenze delle conferenze di Teheran e di Jalta che decreteranno la fine dell'indipendenza polacca e il suo asservimento all'Unione Sovietica. Immagina, infine, il mondo nell'era della guerra fredda. Il libro è voluminoso e ricco di particolari, a volte prolissi, ma mi ha reso una visione della politica durante la guerra che non immaginavo.

Roberto Saviano ha raccontato questa storia in tv, potete rivederlo cliccando qui

Il cimitero polacco di Montecassino


Le tombe di Anders e di sua moglie

L'abbazia vista dalla croce dei polacchi su Quota 575


Omaggio alla tomba di Anders



lunedì 7 settembre 2020

La Grande Guerra negli occhi di una donna

Fiore di roccia, romanzo di Ilaria Tuti edito da Longanesi, è sembrato, a chi di noi lo conosce già, una delle migliori letture degli ultimi tempi. La storia, ambientata in Carnia durante la Grande Guerra, è romanzata ma basata su fatti reali: celebra la resilienza delle donne friulane che sacrificarono le loro giornate, e in qualche caso la loro vita, per rifornire gli alpini in prima linea di cibo, medicinali e munizioni. Ogni giorno portarono gerle pesantissime da valle fin sulle cime, contribuendo così alla tenuta del fronte; la sera poi, tornate a valle, c'era da rigovernare la casa, accudire gli animali, allattare i bambini. Furono sacrifici davvero durissimi. 

Eccovi la recensione di Nazzareno a cui spetta il merito di averci fatto conoscere questo bel libro.
Al centro del notevole romanzo di Ilaria Tuti è la vicenda delle Portatrici Carniche, una storia ignota ai più, colpevolmente dimenticata per lungo tempo e che l'autrice ha il merito di avere rievocato, offrendoci, oltre al piacere della lettura, un’ opportunità di riscoperta e di riappropriazione di avvenimenti tra i più importanti del processo fondativo del nostro Paese e di rafforzare, inoltre, il sentimento di compassione e gratitudine verso i caduti di quella guerra. Durante la Grande Guerra, guerra di posizione combattuta nel teatro delle Alpi Carniche contro l'esercito austriaco, alle donne di Timau, persone alle quali la guerra ha sottratto tutto e risparmiato nulla, tocca un importante ruolo di natura logistica. Lo stile narrativo di Ilaria Tuti coincide perfettamente col carattere asciutto e diretto della popolazione friulana e col paesaggio montano costituito dalle cime superbe e rocciose del Pal Piccolo e Pal Grande, del Freikofel e del Gamspitz ma il romanzo risulta al contempo intenso e coinvolgente poiché dalle azioni e dalle riflessioni di Agata, la protagonista, e degli altri personaggi che lo animano, si generano continue tempeste emotive, atti di sacrificio e di estremo eroismo scevro da ogni retorica e vanagloria, emerge, soprattutto la semplice verità sempre soppressa e offuscata dalle “ragioni”della guerra e cioè che il nemico è fatto della nostra stessa sostanza e che nutre gli stessi nostri sentimenti.   

Ora ci ripromettiamo di parlarne in una prossima serata, quando sarà possibile rivederci in sede, affidando la presentazione a una nostra lettrice che meglio interpreterà i sentimenti della protagonista. 

giovedì 13 agosto 2020

Gianni Mura e i racconti della bicicletta

Non c’è dubbio che il mito della montagna sia alimentato, nell’immaginario collettivo, dai grandi alpinisti e dalle salite più impervie: Bonatti e il Monte Bianco, Messner e gli Ottomila. Però c’è un’altra epopea nel racconto popolare, quella di Coppi e Bartali, dell’Alpe d’Huez e dell’Izoard, di Pantani e del Galibier: le cattedrali di pietra e le loro interminabili salite hanno acceso la fantasia di chi ha seguito le grandi corse ciclistiche. 

Per questo motivo troveranno posto nella nostra biblioteca I racconti della bicicletta di Gianni Mura. È una raccolta di cronache dal Giro (poche, agli albori della sua carriera) e dal Tour (tantissime e inimitabili) che il giornalista ha seguito per ben 33 anni. Nella prefazione del libro, Emanuela Audisio scrive che “Mura partiva per le corse con la gioia dei bambini che vanno al mare. Solo che le biglie con cui giocava erano vere”. Dai racconti si legge la passione profonda per il suo mestiere, per il Tour, la festa che anima le strade, per la provincia francese e le località dimenticate dove l’unico evento dell’anno è il passaggio della corsa, ma dove Mura trovava sempre una trattoria e un piccolo albergo, con le stanze ancora chiuse con la chiave perché le tessere elettroniche non sono ancora arrivate. Mura racconta la cronaca ciclistica ma non trascura mai il vissuto dei corridori, li rivela nel loro privato e nella loro umanità, nei loro giorni felici e nei loro drammi, senza nascondere le sue simpatie per i più combattenti e coraggiosi e le sue antipatie per i freddi calcolatori. E poi c’è la Francia: i suoi scrittori e i suoi cantautori che lo accompagnano sempre nelle tre settimane di corsa, li cita, li ascolta, rende loro omaggio al Père-Lachaise o nei cimiteri delle cittadine più piccole. Non dimentica certo di descrivere i paesaggi: la pietraia lunare del Ventoux e la vertiginosa discesa dal Tourmalet, ma anche i campi di girasoli e i platani del Midi, la pioggia battente sul pavé di Aremberg. La sua passione resta, però, sempre la cucina: dovunque si trovi ha sempre un buon indirizzo dove mangiare la specialità locale e, quando si trova nei paesi occitani, non rinuncia al suo adorato cassoulet, nonostante il caldo di luglio nel sud della Francia; il problema è, semmai, abbinare il vino giusto. Ma anche qui sa il fatto suo.

Una lettura che mi è sembrata affascinante nello stile narrativo, piena di curiosità e riferimenti culturali, di passioni autentiche. Termino con un'ultima considerazione. Mura smonta il pregiudizio che vuole i francesi altezzosi, pieni di spocchia verso gli italiani "macaronì". I nostri cugini transalpini criticano alcuni nostri tipici atteggiamenti di trascuratezza e superficialità ma hanno sempre rispettato i comportamenti esemplari, fino a un'autentica adorazione per i genii italici, da Leonardo da Vinci a Paolo Conte. Ricorda Mura che, nel 1965, siamo diventati "les Gimondì". Era già accaduto che la Francia adottasse Coppi, sarebbe poi accaduto per Chiappucci e Pantani. I francesi li hanno fatti loro, i francesi non giudicano la corsa in base all'ordine di arrivo. In Italia se fai 200 km di fuga e ti prendono all'ultimo sei un coglione, in Francia sei un combattente, quasi un eroe. Chapeau.

domenica 26 luglio 2020

Bentornato Nanni Settemrini

Enrico Camanni è certamente uno dei migliori scrittori italiani di montagna di questi anni. In biblioteca abbiamo diversi suoi titoli: si tratta spesso di libri che ricostruiscono vicende storiche legate alla cultura e alla frequentazione delle Alpi, non necessariamente in chiave alpinistica. Di recente abbiamo acquistato Alpi ribelli, storie di anime libere, contrarie e resistenti, da Fra Dolcino ad Alexander Langer, a Guido Rossa.
Camanni è anche un apprezzato scrittore di gialli di montagna centrati sulla figura di Nanni Settembrini, capo del soccorso alpino di Courmayeur: sono romanzi di fantasia costruiti su solide basi di conoscenza della montagna da parte dell'autore. Anni fa, Vivalda pubblicò tre titoli di questa serie: La sciatriceL'ultima Camel blu e Il ragazzo che era in lui. Sono disponibili in biblioteca, alcuni di noi li hanno letti con vero piacere.
A distanza di tempo, Camanni torna in libreria con un nuovo titolo imperniato sulle vicende di Nanni Settembrini: Una coperta di neve, edito da Mondadori, Chi ha letto gli episodi precedenti ritroverà i personaggi già conosciuti con le loro dinamiche esistenziali e gli ambienti severi e affascinanti del Monte Bianco. Anche questa volta non si tratta di un giallo "canonico": non c'è un morto e non si cerca un assassino. Una donna è stata sepolta da una valanga e il soccorso alpino l'ha salvata appena in tempo: si cercano altri eventuali alpinisti coinvolti ma sembra non ci sia nessuno, l'altro capo della corda è semplicemente slegato. La donna è in stato di choc e non ricorda nulla del suo passato, nemmeno il suo nome. Settembrini si avventura in questo nuovo caso inerpicandosi nelle vertigini del monte Bianco e calandosi negli abissi degli animi umani; attorno a lui figure femminili già note, le due figlie, l'ex-moglie, la compagna, l'anziana madre, che gli danno qualche grattacapo; accanto a lui stavolta c'è anche una psichiatra che lo aiuterà a decifrare i messaggi frammentari che arrivano dalla donna della valanga. 
Leggendo il libro si trovano forti e precise descrizioni dell'ambiente di alta montagna ma anche riflessioni sul mestiere di guida, sulla sovraesposizione turistica delle Alpi e i preoccupanti effetti del riscaldamento globale. Ma soprattutto si ragiona sul perché dell'alpinismo e l'inestricabile rapporto tra uomo e montagna.  Settembrini è un tipo che "non si sarebbe mai stancato di indovinare le vite. Detestava le masse e amava le persone. Le preferiva addirittura alle montagne"


sabato 4 luglio 2020

La Montagna Sacra come limite etico

Il famigerato distanziamento sociale ci ha imposto severe costrizioni ma ci ha portato anche dei vantaggi. Alcuni sono stati effimeri: il traffico è tornato rapidamente a livelli pre-covid, con dispiacere della categoria dei ciclisti urbani a cui appartengo; altri si spera siano duraturi: l'uso dei sistemi di videoconferenza via web è cresciuto esponezialmente e ci ha aperto prospettive interessanti.
La Biblioteca Nazionale del CAI ha trasferito i suoi incontri del ciclo "Leggere le montagne" sul web, dando così la possibilità di partecipare senza muoversi da casa, vantaggio non da poco per chi non abita a Torino o dintorni.
Giovedì scorso abbiamo assistito (uso il plurale, non ero il solo di Frosinone) alla presentazione del libro I paesaggi delle Alpi di Annibale Salsa, past-president generale del CAI. La conversazione ha toccato molti temi, affrontati con una grande preparazione in molti campi non alpinistici quali storia, economia, giurisprudenza: non sarò qui a darvene conto per motivi di spazio ma anche perché mi risulterebbe difficile riassumerli. Vi riporto un concetto su cui l'autore si è soffermato: il senso del Limite. Salsa distingue tra un limite oggettivo e uno soggettivo. Nei secoli passati l'accesso e la vita in montagna erano fortemente condizionati dalla natura del terreno o dalle condizioni climatiche, limiti oggettivi; negli ultimi anni, grazie alla tecnica che ha portato strade, impianti di risalita, materiali sempre più sofisticati tutti quei limiti sono stati fortemente ridotti, se non del tutto annullati. Ora i limiti che ci possiamo porre sono limiti soggettivi, sarà l'etica a porre limiti all'azione dell'uomo.
Venerdì leggo una lettera, pubblicata sull'omonimo settimanale de La Repubblica, indirizzata a Michele Serra, inviata da Toni Farina che si definisce rappresentante delle associazioni di tutela ambientale dell'ente di gestione del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il lettore ci ricorda che fra due anni ricorrerà il centenario dell'istituzione di questa riserva e che "sarà l'occasione per riflettere sul ruolo dei parchi e non solo. Per riflettere sul futuro. Si parlerà di Limite.". Auspica infine che si istituisca, nel territorio protetto, "una Montagna Sacra, Sacra per tutte le genti e tutte le fedi. Dove homo sapiens, alpinista o meno, si impegna a non salire mai.". Sprona, infine, Michele Serra al ruolo di autorevole supporter di questa iniziativa. Inutile dire che il giornalista si dichiari immediatamente d'accordo con questa bellissima idea.
E' una coincidenza che a distanza di poche ore, in contesti diversi, sento parlare di Limite? è un caso che la nostra ultima serata ha trattato il tema delle montagne sacre? Non credo.
Nel 2022 si festeggeranno anche i cento anni del Parco d'Abruzzo, cui siamo legati da sentimenti e dalla vicinanza. Non sarebbe male che, anche in Abruzzo, una cima sia dichiarata Montagna Sacra "per tutte le genti e tutte le fedi".

sabato 30 maggio 2020

Assassinio sul Cervino

La nostra biblioteca si è arricchita di un bel giallo alpinistico. Lascio la parola a Federico che l'ha letto prima di me.

L’inglese Glyn Carr, pseudonimo di Franck Showell Styles, alpinista, esploratore e scrittore prolifico è l’autore di Assassinio sul Cervino.
Davvero un bel giallo che si legge senza la tensione del thriller e con il gusto di cercare d’individuare il colpevole prima della sua rivelazione.
Scritto nel 1951 ricalca molto lo stile e l’ambientazione british dei romanzi di Agata Christie: un omicidio è commesso da uno dei personaggi elencati ad inizio libro, come gli attori in una commedia. Ci sono più sospettati che nascondono tutti dei segreti che il detective scopre gradualmente rivelando i più clamorosi verso la fine.
Il protagonista della storia è Abercombie Lewker, brillante e originale attore shakespeariano dotato di senso di umorismo ed altrettanto intuito investigativo. È anche un detective privato, seppur dilettante, che ha lavorato nel corso della seconda guerra mondiale con il servizio segreto britannico.
Lewker però è soprattutto un grande alpinista.
In procinto di partire per le vacanze con destinazione Zermatt viene contattato dal suo ex capo dei servizi segreti che lo incarica di seguire Leon Jacot, già membro della Resistenza francese, che punta ora ad una carriera politica.
Anche quest’ultimo è un appassionato alpinista e anche lui è in partenza per Zermatt.
Jacot ha intenzione di scalare il Cervino a tempo di record ma qualcosa non va nel verso giusto e quando Lewker prova a raggiungerlo ne trova il corpo ai piedi della montagna, apparentemente precipitato durante la scalata.
Sembra una fatalità ma l’attore-detective arrivato sul luogo della tragedia scopre subito che non si tratta di un incidente ma di un omicidio. Jacot non è caduto come potrebbe sembrare, ma qualcuno lo ha ucciso con una sciarpa intorno al collo.
I sospettai sono molti: amici, nemici, accompagnatori e avversari politici, tutti presenti a Zermatt e tutti coinvolti nelle indagini.
Man mano gli indizi vengono scoperti. Le varie ipotesi e le ricostruzioni fatte da Lewker e da Herr Schultz, capo della polizia investigativa di Basilea, per arrivare alla soluzione del caso vengono descritte dettagliatamente, dando modo a chi legge di provare a cercare la soluzione del caso.
La descrizione dei luoghi, molto bella e accurata, denota la passione dell’autore per la montagna e la sua competenza.
Merita sicuramente un cenno la prefazione al libro. Scritta da Hervé Barmasse, s’intitola “Il Cervino, attore (non) protagonista”.
Barmasse evidenzia l’accuratezza delle descrizioni paesaggistiche ed alpinistiche e la descrizione degli usi e costumi della società del tempo, i luoghi e le montagne che gli escursionisti e gli alpinisti che si recano nella capitale svizzera dell’alpinismo frequentano.
Secondo il grande alpinista questo romanzo potrebbe essere inserito tra i capolavori della letteratura di montagna e quindi sicuramente nella libreria di chi ama leggere, di chi ama l’alpinismo e la montagna.
Non poteva mancare nella nostra biblioteca.