domenica 2 dicembre 2018

Riflessi della Grande Guerra in Ciociaria

Cento anni fa finiva la Prima Guerra Mondiale. Molte sono state le rievocazioni che si sono succedute durante l'ultimo mese. Su suggerimento di Tonino, la nostra biblioteca ricorderà gli eventi di un secolo fa dal punto di vista della nostra terra, con la presentazione del libro Riflessi della Grande Guerra tra Ciociaria e Alta Terra di Lavorodi Costantino Jadecolastorico di Aquino, è ben conosciuto tra gli appassionati di storia locale e non solo. I suoi libri spaziano dalla vita di San Tommaso alla “strage dimenticata” di Vallerotonda, da Luigi Andreozzi, brigante di Pastena, alla storia centenaria della ferrovia Roccasecca - Avezzano. 
Vi lascio a un'anteprima dei temi trattati dal suo ultimo volume e vi do appuntamento a venerdì 14 dicembre alle ore 19,00 presso la nostra sede.

Ma cosa accadde, cento anni or sono o giù di lì, nell'attuale territorio della provincia di Frosinone, a quel tempo diviso tra la provincia di Caserta e quella di Roma, quando anche qui arrivarono i segnali di quella che poi sarebbe passata alla storia come la Grande Guerra?
Al di là delle prevedibili reazioni conseguenti la decisione dell’Italia di entrare in guerra, non può dimenticarsi che su una superficie non indifferente del territorio, cui si interessa il libro di Jadecola, a quel tempo erano ancora palpabili gli effetti del disastroso terremoto della Marsica (13 gennaio 1915) cosa, questa, che rendeva quei momenti ben più tragici di quanto di per sé già non fossero.
Infatti, per via di quella guerra, con gli uomini chiamati al fronte, i vari paesi colpiti dal sisma, che già stentavano a ritrovare quanto meno la parvenza di un accenno di normalità, venivano privati di una forza lavoro indispensabile visto che ancora si doveva porre mano alla riparazione dei molti fabbricati danneggiati ed alla ricostruzione di quelli distrutti.
Ma non solo questo. Infatti, un paio di settimane prima dell’entrata in guerra dell’Italia, giovedì 6 maggio, al polverificio di Fontana Liri c’era stata una violenta esplosione che aveva causato la morte di almeno nove persone ed un numero indefinito di feriti.
Tutto ciò mentre incombeva il reclutamento e negli uffici postali arrivavano a fasci le cartoline di precetto che imponevano a tutti i giovani abili alle armi di lasciare nel giro di qualche giorno la propria famiglia e la propria casa e raggiungere il distretto o il corpo assegnato.
Di essi, dei circa 14.000 giovani che erano partiti per il fronte dai circondari di Frosinone e di Sora, alla fine, quelli che non ce l’avrebbero fatta sarebbero stati poco meno della metà. Senza considerare poi, che, quando la tragedia bellica stava per concludersi, fu la volta di un altro evento catastrofico: la grande influenza, altrimenti nota come la “spagnola”, che fra il 1917 e il 1920 avrebbe ucciso decine di milioni di persone nel mondo ed anche qui da noi.
Questi, e naturalmente altri ancora, sono alcuni dei temi trattati in Riflessi della Grande Guerra tra Ciociaria e Alta Terra di Lavoro, il libro di Costantino Jadecola che, per la prima volta in assoluto, apre uno squarcio sulle drammatiche vicende che un centinaio di anni or sono, per via di quella guerra, tormentarono il territorio.

domenica 18 novembre 2018

Premio letterario Roberto Iannilli

Roberto Iannilli era il Presidente dell'Associazione Alpinisti del Gran Sasso quando un incidente sulla parete nordi di Monte Camicia pose fine alla sua esistenza terrena, insieme a quella del suo amico Luca D'Andrea. L'associazione decise allora di intitolare un premio letterario al suo presidente scomparso così tragicamente: è nato così il premio letterario Roberto Iannilli. Tema del concorso erano racconti reali o di fantasia legati a episodi o esperienze attinenti a figure di alpinisti, a riflessioni filosofiche, scientifiche o esistenziali relative all'alpinismo o all'attività svolte in montagna; consigliabile, ma non obbligatorio, un riferimento al Gran Sasso. 
Ho partecipato anche io al concorso.
Ora un libro dal titolo Trame Verticali raccoglie i migliori racconti, ordinati secondo la classifica stilata dalla giuria. Sfogliando le pagine potrete vedere come il mio racconto è stato valutato molto bene anche se non ho vinto alcun premio. Gli autori si sono orientati generalmente a raccontare salite di grande difficoltà alpinistiche. Non potendo fare altrettanto ho scelto una storia di fantasia. 
Non voglio e non posso dire di più, però riporto il commento che ho ricevuto da Angelo D'Agostini.

Caro Piero,
ho letto il tuo racconto “Salite e discese” recentemente pubblicato per l’editore “Il Lupo” e contenente i migliori lavori di un concorso letterario dedicato alla montagna abruzzese ed in particolare al Gran Sasso. Non avevo dubbi e non mi sbagliavo: è un racconto molto bello, ma vorrei provare ad argomentare questa mia opinione. Intanto, come ci hai abituato utilizzi sfondi diversi, la montagna o la bicicletta, per parlare d’altro e questo dà lo spessore letterario di una prosa che si discosta dalla semplice diaristica comprendente racconti di una escursione o di un viaggio. In quell'“Altro” c’è, secondo me, il tema che più ti spinge a scrivere: l’esercizio del ricordo che come istantanee si assiepano nella memoria riflettendo su ciò che è stato e sulla dolcezza della nostalgia. La montagna Abruzzese ne è la cornice, gradita complice di un particolare stato d’animo, ma il racconto potrebbe essere tranquillamente calato in un altro ambiente che per suggestione e potenza evocativa riesca a fissare ugualmente i momenti significativi della vita trasformati in ricordi. Una prosa non della quotidianità ma sulla quotidiana ricerca di stessi, elaborata attraverso la nostalgica rimembranza di un passato remoto o recente. D'altronde, le tue intenzioni le dichiari in apertura del racconto “Guardo una foto, mi torna sulla pelle il brivido di una sensazione mai dimenticata, un velo di nostalgia avvolge i miei pensieri…..”. Non manca, ovviamente, la vera essenza della nostra montagna, l’Appennino, con la sua solitudine e le sue presenze molto “particolari” estranee al turismo di massa Alpino. Una montagna, appunto, che induce a riflettere più sulla “provvisorietà dell’essere” che ad esaltare conquiste sportive. Mi son venuti in mente, leggendoti, alcuni racconti di Mario Tobino, autore purtroppo dimenticato.

domenica 28 ottobre 2018

Due classici tornano in libreria


Alcuni di voi ricorderanno la serata che, più o meno un anno fa, dedicammo a Massimo Mila: ripercorremmo la sua figura di musicologo e alpinista, senza trascurare il suo impegno politico e civile. Molte notizie sulla sua biografia e buona parte delle letture furono tratte dagli Scritti di montagna dello stesso Mila, pubblicati da Einaudi nel 1992. È un libro da tempo fuori catalogo che conservo gelosamente e che non mi sono sentito di regalare alla biblioteca del CAI. Sono stato tentato di farlo perché mi è sempre sembrato un testo importante per raccontare la cultura e l'alpinismo del Novecento però, con una punta di dispiacere, ha prevalso il sentimento di possesso. Il libro è rimasto nella libreria di casa mia. Per fortuna ci ha pensato il CAI a risolvere questo mio piccolo dilemma interiore. Sul numero di ottobre di Montagne 360, alle pagine 74 e 75, si dà ampio spazio a un nuovo libro, I due fili della mia esistenza edito dal CAI, che raccoglie gran parte degli scritti di montagna di Mila, arricchiti da materiale fotografico inedito. Non aggiungo altro se non che è un libro da comprare per la nostra biblioteca e vi rinvio alla lettura della rivista del CAI.

I libri alpinistici sono spesso ricchi di dettagli e informazioni sulle salite compiute ma altrettanto spesso hanno un livello letterario modesto; a volte però colgono in pieno la vicenda umana, al di là di ogni tecnicismo, e diventano romanzi avvincenti anche per i non addetti ai lavori. Uno dei più belli è, non solo a mio avviso, Freney 1961, di Marco Albino Ferrari. Si racconta la ben nota vicenda del tentativo di Bonatti al pilone centrale del Monte Bianco, insieme ai francesi guidati da Pierre Mazeaud. A pochi tiri dalla fine delle difficoltà le due cordate furono bloccate dal maltempo e costrette a bivaccare per quattro giorni, prima di cominciare una penosa ritirata che costò la vita a quattro alpinisti su sette. Ne seguirono roventi polemiche e pesantissime accuse a Bonatti, ritenuto responsabile della tragedia, accusato in patria e poi riabilitato dai francesi che, qualche anno più tardi, gli conferirono la Legion d'Onore "a un uomo coraggioso e generoso che non ha esitato a prendere tutti i rischi per soccorrere i compagni". Il libro di Ferrari è avvincente come un giallo e tiene il lettore incollato alla storia fin dalle prime pagine, anche se si sa fin dall'inizio come va a finire. Ne esistono diverse edizioni a partire dalla prima, del 1996, di Vivalda. In biblioteca ne abbiamo una copia, ripubblicata dal CAI nel 2016, nella collana Montagna Leggendaria. Qualcuno ricorderà che anche a questo libro dedicammo una serata, a cura di Arturo. Apprendo dal Venerdì di Repubblica del 19 ottobre scorso di una nuova edizione per Ponte alle Grazie, arricchita di qualche aggiornamento di non poco conto. Un punto chiave della difesa di Bonatti fu che le previsioni del tempo indicavano bello stabile quando, invece, si scatenò una tormenta che durò una settimana, nonostante si fosse a metà luglio. Ora è stato ritrovato un bollettino meteo della svizzera Radio Monteceneri che prevedeva, invece, da nuvoloso a molto nuvoloso. Questa nuova edizione potrebbe quindi riaprire polemiche mai completamente sopite.



giovedì 27 settembre 2018

Una pericolosa terrorista

Ci sono libri belli e meno belli; in maniera più o meno oggettiva possiamo dire che i libri ritenuti belli sono quelli che incontrano maggiori consensi tra i lettori. Comprendo che questa affermazione non trovi tutti d'accordo. Resta il fatto che un libro piaccia se è ben scritto, se la storia è avvincente, se i personaggi sono ben caratterizzati. Un libro però può piacere in modi diversi, ognuno lo filtrerà con la propria esperienza pregressa e con la propria sensibilità, ricavandone sensazioni differenti
Pochi mesi fa vi avevo parlato di “DI ROCCIA DI NEVE DI PIOMBO” di Andrea Nicolussi Golo, in un post che avevo intitolato "La montagna al tempo delle BR". L'argomento ha molto interessato Rita che ha letto, riletto e letto di nuovo questo libro che ha risvegliato in lei le emozioni indelebili di quell'epoca.
Lascio la parola a Rita.
 
Non sono  abituata a commentare libri o a scrivere per riviste o giornali. Amo i libri, amo la lettura, amo partecipare ad incontri culturali come quelli che organizziamo nella sede della biblioteca della nostra Sezione CAI. Mi fanno sentire viva e mi riempiono di compagnia e di entusiasmo.
Ho letto questo libro più volte ed ho cercato di capire perché mi ha attratta in maniera così forte. L’ho trovato molto bello perché scritto in modo originale ed  elegante. La prima lettura è stata veloce, era come se stessi leggendo un bel libro giallo e con ansia volevo arrivare a conoscere la fine della storia, ma questa curiosità non mi ha fatto cogliere la bellezza della scrittura e del racconto. Poi l’ho riletto una seconda volta e ancora una terza perché mi sono ritrovata interamente in questo libro. Le esperienze, gli ideali e le  speranze  dei protagonisti le ho vissute, in parte anch'io.
Gli ideali politici e il sogno rivoluzionario per cambiare il mondo mi hanno appartenuto per diversi anni della mia vita. Ho vissuto il sogno rivoluzionario ritrovandomi, con amici, molti fine settimana, in un paesino di montagna, Filettino, dove trascorrevamo intere notti a parlare, discutere, e sognare  la rivoluzione proletaria.
Ho vissuto per quaranta anni lavorando in fabbrica. Fedele ai miei ideali, non più rivoluzionari ma sicuramente socialisti  e proletari.
Negli anni settanta: le notti davanti ai cancelli, il volantinaggio, le assemblee di fabbrica,  i canti del lavoro e della protesta.
“La notte in fabbrica è ferita lacera sullo scorrere dei giorni”
LA MONTAGNA,  le prime arrampicate, gli incontri con persone che sono entrate per sempre a far parte della mia vita, le emozioni della conquista della vetta, ogni volta nuova e tutta da scoprire. La natura, la scoperta e la passione per i fiori di montagna, i canti alpini. Il desiderio di una vita di montagna, in montagna. La ribellione al sistema sociale distorto e ingiusto si è trasformato in amore sviscerato per la montagna simbolo di purezza, luogo lontano dalla città, dai fumi, dai veleni.
I protagonisti del libro li ho amati tutti insieme alla loro storia. In particolare Nives: Maria Santissima ad Nives, “corpo forte da donna di montagna e di fabbrica" .Con loro ho rivissuto tutti i sogni e le speranze  di riuscire a cambiare il mondo.  Ma come il corpo forte di Nives ”si scioglie e si confonde all'urina e agli escrementi”, così  i miei sogni. Ora sono in vetta e osservo amareggiata.
Grazie allo scrittore Andrea Nicolussi Golo per questo suo piccolo grande capolavoro.
 

domenica 9 settembre 2018

Confini


Il prossimo 4 novembre saranno compiuti cento anni dalla fine della Grande Guerra, un'occasione per tornare a parlare di quelle terre di confine dove si svolsero gli eventi bellici ma anche delle conseguenze che ne derivarono e della storia che ne seguì. In questo periodo in cui si rialzano muri alle frontiere e l'integrazione europea scricchiola vale la pena rileggere gli eventi accaduti in queste zone di montagna
Vi ho già parlato di Andrea Nicolussi Golo, era maggio, potete ritrovare qui sotto il post intitolato La montagna al tempo delle BR. Accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) e appartenente alla minoranza di lingua cimbra installatasi in Trentino in epoca medievale: mi è sembrata la persona ideale per una serata da dedicare alla ricorrenza della fine della guerra. Confido che si prenda il disturbo di venire a trovarci. Intanto mi ha segnalato due libri editi da Keller che ora sono disponibili in biblioteca. Keller è una piccola casa editrice trentina: il suo progetto Confini vuole "raccontare attraverso la letteratura internazionale la Prima guerra mondiale, cosa è accaduto e come ha segnato la vita del Novecento e talvolta del nostro tempo".
Ai margini della ferita di Sepp Mall è ambientato nella Bolzano (immaginata seppur mai nominata) degli anni Sessanta. Sono anni di forti tensioni, di separazione etnica, cioè una separazione linguistica, culturale ma anche fisica per chi è confinato a vivere nei condomini di Harlem. Sono gli anni del terrorismo, degli attentati contro i simboli del potere italiano e conto i tralicci dell'alta tensione. Il romanzo segue le vicende parallele di due famiglie di origini sudtirolesi che vivono ognuna un dramma interiore legato al clima pesante che si respira. La trama si snoda in un fluire di eventi sempre teso, raccontato dal punto di vista dei bambini, dei ragazzi, degli adolescenti: sono loro che non capiscono le ragioni di ciò che accade intorno e sognano di evadere; poi si prova un'attrazione per una ragazza o un ragazzo italiano e le cose si complicano.
L'angelo dell'oblio di Maja Haderlap è ambientato invece nella Carinzia, la regione più meridionale dell'Austria dove vive una minoranza linguistica slovena, in una valle di boschi, pascoli, piccoli paesi, masi isolati dove sopravvive una cultura contadina tradizionale, strettamente legata alla terra. Il romanzo è autobiografico e scritto in prima persona. L'autrice è ancora bambina e vive in una famiglia con un padre tormentato dall'alcool e una madre insoddisfatta, di stretta educazione cattolica: la bambina è molto legata alla nonna che affronta positivamente la vita ma porta le cicatrici del campo di concentramento femminile di Ravensbruck. La guerra è finita da un paio di decenni ma se ne parla ancora dovunque, in famiglia, tra parenti, nelle osterie di paese. Gli sloveni di Carinzia sono una minoranza etnica che ha pagato un tributo pesantissimo alla guerra e alle persecuzioni razziali dei nazisti. Neanche la pace porta una pacificazione; la strada per elaborare le sofferenze patite sarà lunga e difficile. Il fluire del racconto è, a volte, lento ma il finale è una stretta al cuore che non mi ha mollato. Il libro ha vinto nel 2011 il Premio Ingebor-Bachmann (di cui peraltro ignoravo l'esistenza).
Sempre sull'argomento mi è sfuggito un libro che valeva la pena citare. Ha rimediato Federico che lo ha letto e commentato così. Leggendo un articolo sui finalisti del premio Strega, mi è capitato di vedere la copertina del libro Resto qui di Marco Balzano: un campanile che emerge da un lago. Non poteva che trattarsi del Lago di Resia in Val Venosta. Il romanzo, bellissimo, commovente e coinvolgente, parla di coraggio e di amore per la propria terra e per una vita, tradizioni, cultura a cui non si vuole rinunciare nonostante gli altri vorrebbero obbligarci a farlo. La protagonista è una donna che fa di tutto per non dover emigrare e lasciare il suo maso a Curon, nel Sudtirolo. Trina, giovane donna di lingua tedesca cresce, studia, si sposa, affronta la guerra, la dominazione fascista, il controllo nazista e la paura di vedere il suo paese sommerso per il folle desiderio di Mussolini di costruire una diga. E’ ambientato durante il fascismo, quando il Regime tolse agli abitanti del Sudtirolo anche il diritto alla loro lingua, mettendo al bando il tedesco e facendo persino cambiare i nomi sulle lapidi nei cimiteri. A narrare in prima persona è Trina, la maestra, con una lunga lettera che scrive alla figlia di 10 anni scomparsa, alla quale racconta tutta la sua vita con la speranza di rivederla un giorno. La vicenda attraversa gli anni del fascismo e della guerra fino alla costruzione della diga a cui la protagonista si opporrà con tutte le sue forze.
Un'ultima segnalazione: è appena uscito Inganno di Lilli Gruber, terzo volume della trilogia che la giornalista ha dedicato alla storia del Novecento in Sudtirolo. Lo leggerò sicuramente perché i due precedenti mi hanno catturato. Qualcuno ricorderà che abbiamo parlato di Eredità, primo volume della serie, in una serata di qualche anno fa: il libro è disponibile in biblioteca.

lunedì 20 agosto 2018

Angoli di mondo remoti, ma anche no

Ho fatto vacanze brevi. La settimana di Ferragosto ero di nuovo a casa e ho ricominciato a leggere. Abbiamo dei nuovi libri nella nostra biblioteca e colgo l'occasione di ringraziare ancora il direttivo CAI che ci sostiene nell'acquisto.
Comincio da La lezione del freddo di Roberto Casati (Einaudi, 2017). Innanzi tutto devo un grazie alla bibliotecaria del CAI Firenze che mi ha consigliato questo libro del tutto particolare. Ridotto all'osso è un diario di vita familiare di (quasi) un anno, da fine agosto a giugno, vissuta in un casa tra i boschi del New Hampshire. Siamo vicini alla costa atlantica degli Stati Uniti a una latitudine italiana e a una quota appenninica, la cima più alta non arriva a 2000 metri: nonostante ciò fa un freddo pazzesco, il termometro scende a meno 20 e nevica continuamente da dicembre ad aprile. La famiglia conduce una vita normale: voglio dire che i genitori lavorano e le figlie vanno a scuola e in palestra o a scuola di musica. La vita si svolge però in un ambiente che immaginiamo con un certo sforzo, noi che siamo abituati a un freddo turistico. Il libro racconta di tutti quegli accorgimenti pratici che bisogna mettere in pratica per vivere in questo ambiente difficile ma l'autore, filosofo delle scienze cognitive, ragiona anche sulla differente percezione che si ha di noi e di ciò che ci circonda in condizioni estreme. Non ultime, il libro fa interessanti considerazioni sull'uso delle risorse naturali che le popolazioni che vivono al caldo e nell'opulenza sono abituate a sprecare. Insomma, il freddo è un maestro di vita. Il libro è arricchito dalle foto dell'autore.
Nazzareno, a cui devo un grazie per i ritagli di giornale che mette da parte per me, mi ha segnalato Il pastore di stambecchi di Louis Oreiller  con Irene Borgna della collana Passi del CAI (Ponte alle Grazie, 2018). Non l'ho (ancora) letto ma mi fido di quanto ne dice Paolo Cognetti: "il più bel libro di montagna che io abbia letto nell'ultimo anno". Louis Oreiller, il pastore, ha 85 anni, tutti vissuti in fondo alla Val di Rhemes a 1700 metri di quota. Da giovane ha fatto il contrabbandiere e il bracconiere; poi è passato dall'altra parte perché quelli come lui li assumevano come guardaparco, poi ancora guardiacaccia nella riserva. Della valle conosce ogni anfratto, ogni passaggio, parla con gli animali, tiene a mente tutti i pendii da cui scaricano le slavine. Irene Borgna, antropologa alpina, ha raccolto il racconto della sua vita e di un mondo che scompare. Trovate una sua intervista sul numero di giugno 2018 di Montagne 360 a pagina 62.
Alcuni di voi conoscono Emanuela Sanna perché ha partecipato a diverse escursioni organizzate dalla nostra sezione. L'editore Ediciclo ha appena dato alle stampe il suo libro Dolomiti insieme, guida escursionistica per tutti nei dintorni di Cortina d'Ampezzo. Emanuela mi ha fatto gradito omaggio di una copia. Il libro ha un tono minimalista e piacevolmente auto-ironico nel descrivere le passeggiate e le escursioni effettuate in Dolomiti con nonne e bimbi di tutte le età: gite alla portata di tutti, viste con gli occhi entusiasti di chi ha ancora il piacere di stupirsi di fronte alla bellezza di montagne tanto conosciute e frequentate. Ho rivisto con piacere qualche itinerario che, fatto ormai vent'anni fa e più, cominciava a svanire dalla memoria.
Non è finita qui: la nostra biblioteca ha acquisito altri due libri su cui bisogna ragionare. Datemi il tempo di finire il secondo, cosa complicata perché torno al lavoro, e di parlarvene sul prossimo post.




giovedì 21 giugno 2018

I periodici del CAI: su carta o in video?


L'amore per i libri è anche fisico. Quello che ci appassiona è il messaggio che ci arriva, il libro è solo il supporto materiale. Però ci affezioniamo a quest'insieme di pagine rilegate perché c'è una dedica, una nota a matita, o semplicemente perché è la copia che abbiamo letto, diversa da tutte le altre. Leggere sulla carta è sempre più piacevole che leggere da un video.
Uno degli obiettivi del mio lavoro è eliminare i documenti cartacei e trasformarli in digitali; certo non sono letture emozionanti, leggerli a video o sulla carta non fa una gran differenza, lo si fa perché si deve. Qualche volta però preferisco stampare un documento e leggerlo sulla carta, magari per scriverci su qualche appunto.
Anche Montagne 360, periodico del CAI, propone spesso letture interessanti, a volte avvincenti: è piacevole sfogliare le pagine patinate corredate di belle foto.
Con questa premessa l'idea di digitalizzare tutti i periodici del CAI, fin dalla sua fondazione, sembra un'idea fine a sé stessa, col solo scopo di liberare spazio sugli scaffali oppure di archiviazione a beneficio di chi non avesse tutti i numeri di tutte le testate. Invece questo enorme lavoro portato a termine dal nostro sodalizio ci dà delle capacità di ricerca davvero potenti. Sul sito http://www.tecadigitalecai.it/periodici/index.php potete ricercare qualsiasi nome (che sia di alpinista, monte, località, rifugio o quello che volete) su tutta la stampa sociale dal 1865 ai giorni nostri. Il vostro computer vi elencherà tutti i numeri del periodico su cui questo nome è comparso e vi mostrerà le pagine scansionate dove potete leggere la notizia che cercate. Naturalmente bisogna inserire opportunamente le chiavi di ricerca per selezionare accuratamente quello che vi interessa: digitando Bonatti o Dolomiti rischiate di trovarvi di fronte ad un elenco sterminato di notizie. Per cercare efficacemente conviene inserire più criteri di ricerca.
Un paio di esempi chiariscono meglio il concetto.
Digitando nel campo testo: Arturo Pellegrini e selezionando nel campo Titolo: Rivista Mensile del CAI troverete un lunghissimo elenco con voci riferite ai primi anni del '900, di sicuro non riferibili al nostro. Ripetete la ricerca digitando nel campo testo: Arturo Pellegrini Frosinone e troverete il risultato voluto: le tre pubblicazioni del nostro. Cliccate su una voce qualsiasi delle tre e potrete sfogliare le pagine della rivista partendo direttamente dalla pagina contenente l'articolo che cercavamo.
A questo punto la deformazione professionale prende il sopravvento sull'amore per il supporto cartaceo e sarei tentato di buttar via tutte le annate di stampa sociale che ancora conserviamo. Però, in fondo, troviamo un compromesso: se cerchiamo una qualsiasi notizia ci conviene farlo via internet ma poi è più bello leggerla dalle pagine patinate della rivista.