giovedì 18 marzo 2021

Autobiografia della neve

Autobiografia della neve di Daniele Zovi, edito da UTET, è un bel libro. Innanzi tutto, come oggetto fisico: ha una copertina rigida, una grafica accurata, bei disegni e foto particolari che rendono bene i colori e il silenzio della montagna invernale. Sono particolari non trascurabili per dare subito un’idea dei sentimenti che l’autore prova per la montagna e per la neve.

Zovi è nato sull’altopiano di Asiago ed è stato ufficiale della Forestale: è uno che conosce bene l’ambiente montano e di cui ne è innamorato. Il libro, come dice il titolo, racconta le esperienze di una vita durante la stagione invernale, quando la montagna è ricoperta di neve. Ogni capitolo è una storia a sé. Ci sono racconti emozionali: alcuni risalgono all’infanzia quando la neve era un gioco o all’adolescenza quando invitava alle esplorazioni; poi ci sono le sfide della gioventù, vissuta sotto le armi, fino alla meraviglia che ancora dura nell’età della maturità, al piacere del silenzio. Ci sono anche, però, interessanti divulgazioni scientifiche: come si formano i cristalli di neve o le pericolose valanghe oppure le tecniche che gli animali selvatici adottano per resistere alle rigide temperature invernali: tutto ciò che ha ispirato un uomo che nella neve c’è nato e ci ha vissuto. Ciò che non troverete mai è la folla e il chiasso di una stazione sciistica: il libro racconta la neve di altri tempi.

Quando si parla di Asiago e di neve è impossibile non incrociare Mario Rigoni Stern. Il “sergente” è citato più volte, appare anche di persona in un racconto. Ma non è tutto qui: il suo spirito aleggia in tanti racconti, quando l’autore racconta la vita delle contrade dell’altopiano dei Sette Comuni, nell’uso degli antichi termini della lingua cimbra, nella cura, direi quasi devozione, con cui sono descritti i boschi, gli animali, le piccole creature che popolano questa montagna incantata.

In tempi di forte preoccupazione per i cambiamenti climatici, il libro non poteva trascurare la riduzione delle precipitazioni nevose e il ritiro dei ghiacciai e le conseguenze che potrebbero diventare drammatiche in un prossimo futuro. Allora affiora una dolce nostalgia per gli inverni di una volta.

martedì 9 marzo 2021

Due nuovi libri di Simone Moro

La nostra biblioteca ha acquisito due nuovi libri di Simone Moro: I sogni non sono in discesa (cortese omaggio di Gabriele Montori) e Ho visto l'abisso. Lascio la parola ad Arturo Pellegrini che li ha letti e recensiti per noi.

Ritengo Simone Moro il più grande alpinista italiano del nostro tempo e uno dei più grandi a livello mondiale, inoltre la sua vena di scrittore lo pone, a parer mio, come degno erede di Bonatti e di Messner in quanto capace di essere come loro anche un sapiente e prolifico autore, capaci di raccontare e farci vivere le loro avventure ed il loro modo di concepire la vita e la passione alpinistica. Pensare che Simone, come ci narra, a scuola era considerato dagli insegnanti un incapace, addirittura un “dislessico”, un ragazzo distratto da tante occupazioni senza riuscire a emergere in nulla. Ed è stata questa la molla che l’ha fatto poi impegnare con infinita ostinazione per diventare il grande alpinista che è, il più forte al mondo nelle durissime scalate invernali. Ed anche un buono scrittore, lui che i professori tacciavano di scarso impegno e scarse capacità. Ora scrive libri in proprio, senza ausilio di altri, magari durante le soste ai campi base per maltempo o nelle pause tra una spedizione e l’altra, ed ha già scritto 11 libri molto apprezzati.

I sogni non sono in discesa racconta non una singola impresa, come in altri suoi titoli, ma ci fa conoscere quella che è stata la sua vita, il suo divenire da ragazzo alle prime esperienze montanare agli ultimi successi che hanno avuto eco in tutto il mondo alpinistico. Soprattutto è interessante conoscere le sue motivazioni, la sua filosofia di approccio alla montagna, gli allenamenti durissimi, la preferenza per spedizioni leggere, in stile alpino, con pochi compagni o anche da solo. Lo vediamo giovane climber su falesie e palestre di roccia, sulle prime montagne vere, le prime spedizioni himalayane, le esperienze su cascate di ghiaccio, la predilezione ed il passaggio all’alpinismo invernale. Lo seguiamo sul Lhotse, sul Fitz Roy in Patagonia dove sfiora la morte per un volo in discesa, ci racconta la grande amicizia con Anatolij Bukreev e l’angoscia per la sua scomparsa, le scalate col nuovo compagno Denis Urubko, il Cho Oyu, il Nanga Parbat, le esplorazioni con vie nuove al Baruntse, al Batura II, al Batokshi Peak, le salite in velocità con Hervè Barmasse, la traversata dell’Everest in solitaria, la nuova amicizia con Tamara Lunger e la prima invernale al Nanga Parbat, con la rinuncia di Tamara a poco dalla vetta per non sacrificare i suoi compagni. Una lettura che ci fa capire il personaggio meglio di altri suoi libri dedicati magari ad una impresa in particolare.

Ho visto l’abisso, suo ultimo libro, inizia col racconto del suo incidente all’attacco del Gasherbrum I nel Gennaio 2020: la caduta in un profondo crepaccio, salvato dalla compagna Tamara che resta ferita ad una mano per tenerlo con la corda e la conseguente rinuncia col rientro in Italia nel primo periodo del Coronavirus. L’inattività dovuta alla pandemia consente però a Simone di vivere finalmente un lungo periodo in compagnia del figlio Jonas di dieci anni. Di questo tenero rapporto ci parla in molte pagine alternate a riflessioni sulla sua vita di alpinista e ricordi del suo passato, ci racconta la sua tenacia nell’inseguire dei risultati imitando nella caparbietà il suo idolo Pietro Mennea, ci descrive avventure magari minori della sua carriera ma da cui sempre ha potuto trarre esperienze ed insegnamenti, come quando un edema lo bloccò sull’Everest, la rinuncia al Lhotse per salvare un giovane inglese, la gioia del suo compagno Mario Curnis 66enne quando giunsero insieme sulla vetta dell’Everest. Tanti momenti indimenticabili nella sua vita, ma anche tanti “abissi”, tanti momenti bui da superare lottando e ripartendo, come la valanga sull’Annapurna da cui è scampato per miracolo ma che gli ha portato via l’amico Anatolij, come il “tradimento” di Denis, compagno di tante dure scalate che lui sempre aveva trattato come un fratello.

Trapela dai suoi libri la personalità di Simone, il suo modo di essere semplice e genuino; leggendoli si ha la sensazione di conoscerlo e di diventare suoi amici, quasi fosse uno di noi, magari un po’ più tenace nell’inseguire certi obbiettivi e un po’ più bravo nell’andare per montagne.